Le parole sono importanti…

Le parole non sono mai neutre. Possono essere belle, brutte, costruttive, distruttive. Possono generare speranza o disperazione. Ci sono parole che fanno male più di altre, capaci di ferire non solo coloro a cui le rivolgiamo, ma il cuore di una comunità intera. Certe parole rivolte  in questi giorni, per coloro che dissentono dal “dire comune” sono tra queste ultime. Non toccano solo loro, la loro umanità e magari, come è successo al Cardinale Ruini il suo sacerdozio, ma anche la dimensione ecclesiale e civile del loro impegno. Egli, infatti, non agisce da se stesso, ma sempre come espressione, del territorio, della nostra Nazione.
La vicenda che lo ha visto coinvolto, potrebbe essere derubricata a triste episodio da dimenticare in fretta, ma preferirei che potesse fornire a tutti noi lo spunto per riflettere con calma sul valore che diamo al nostro linguaggio non solo verbale e al nostro modo di essere in relazione, qui e in questo tempo.
Per noi cristiani le parole hanno un peso straordinario, perché abbiamo sicura fiducia nella Parola di vita che ci ha chiamati e salvati. Una Parola che ama, al punto di entrare nella nostra storia facendosi carne.
E’ in quel Cristo Gesù, crocifisso e risorto, è nel suo Vangelo, buona notizia e parola bella donata all’umanità intera, che il don Camillo e tutti coloro che si dicono cristiani vivono e provano a modellare la loro vita. Quella Parola che si è fatta uno di noi, entrando anche nelle pieghe più dolorose e contraddittorie della nostra umanità, ci educa a pensare all’altro come a un fratello, mai come a un nemico o a un pericolo.
Chi è credente non può prescindere da questo, non può accantonare l’essere fratello come un concetto vecchio, superato o addirittura ininfluente. E’ un fondamento della nostra dimensione umana, è da valorizzare con scelte coraggiose e con opere coerenti col Vangelo, ma anche in parole che ridicano l’uomo all’uomo, quello che è in se stesso e per gli altri. Questo fa la Chiesa, questo tenta di fare un prete, un Vescovo, un Cardinale.
Nessun altro interesse che dire a tutti e ovunque che l’uomo ha questa dignità inalienabile: la dignità di chi è amato da sempre.
La carità, tanto declamata e ostentata, messa in pratica nasce silenziosamente da qui, non è né buonismo né filantropia. Ma in certi casi essa ha bisogno anche di parole che non la tradiscano, ma anzi la manifestino. Parole da pronunciare con libertà e non nel chiuso delle sacrestie. “Annunciatelo sui tetti!” è l’invito appassionato che Cristo ci rivolge. La piazza (reale o virtuale che sia) diventa allora uno dei luoghi privilegiati in cui dire parole di Vangelo, specie se, come nel caso attuale, vi sono anni di testimonianza, creatività e riconoscimento da parte del Paese. Per chi vuole ascoltare e per chi no. Sempre con grande rispetto. Mi auguro,  che episodi come quello accaduto inducano ognuno a non mortificare e impoverire di più il nostro linguaggio. Sennò si ferisce l’umanità che è in ciascuno e si attenta alle relazioni portanti del nostro vivere civile. La Chiesa, comunità cristiana, con la consapevolezza di non riuscire mai ad essere coerente abbastanza, ma anche con la sicurezza di non volersi staccare dalla Radice da cui prende vita, continuerà a dire e a voler praticare l’amore di Dio, che è per ogni uomo, anche se non la pensa come noi.

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