STEFANO, IL MARTIRIO E IL NATALE…

santo-stefano-1Santo Stefano primo martire, primo testimone….Chi è il testimone, chi son o i testimoni? Sono coloro che hanno il coraggio di dare la vita per annunciare la verità di quello che Dio ha compiuto. Non si tratta di testimoniare la verità storica di Cristo; si tratta di testimoniare come l’incontro della Parola con la mia vita abbia portato uno stravolgimento radicale nella mia esistenza, per cui la mia vita è diventata una vita sostanzialmente nuova.
C’è un martirio del corpo al quale Dio chiama soltanto alcuni di noi; ma c’è anche un martirio del cuore al quale tutti noi siamo chiamati. Diciamo allora che il cristiano o diventa un martire oppure non è un autentico cristiano. Cosa vuol dire che il cristiano deve essere un martire dentro il cuore? Significa che egli deve sacrificare qualcosa di se stesso, anzi quello a cui tiene maggiormente, il proprio “io”,per constatare come ha fatto S. Paolo che : “Sono io che vivo. ma in realtà non sono io che vivo, ma è Cristo che vive in me”. Poi c’è un altro avvenimento che vorrei raccogliere della celebrazione di oggi. Santo Stefano, come primo martire, diventa il modello di una nuova umanità. Il prototipo è senz’altro il Signore Gesù. Santo Stefano è l’uomo che si conforma a Cristo, è il primo cristiano che si identifica con Cristo nella vita e nella morte; per cui possiamo dire che è il primo prodotto dell’opera compiuta dal Cristo Gesù.
Stefano quindi è figura dell’uomo nuovo.Gli elementi che definiscono l’uomo nuovo ce li mette in evidenza la storia della sua morte. Mentre veniva lapidato Stefano pronunciava alcune espressioni sulle quali noi siamo chiamati a meditare. La prima espressione è questa: “Contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sale alla destra di Dio”.Ecco un primo elemento distintivo dell’uomo nuovo. L’uomo che si lascia trasfigurare dalla fede è un uomo che acquista occhi nuovi, che sa vedere la realtà come la vede Dio, non come la vede l’uomo con i suoi limiti, con le sue parzialità.
L’uomo di fede è l’uomo che legge gli avvenimenti della storia, della vita, con gli occhi di Dio. Proprio perché li legge con gli occhi di Dio, che sono gli occhi di un cuore che ama, di un cuore misericordioso, sa anche scoprire come dentro la storia contorta degli uomini Dio continua a lavorare, continua ad agire in modo salvifico; per cui la speranza, la gioia di quest’uomo sta proprio nella percezione di questo Dio – l’Emmanuele – che concretamente manifesta a chi ha occhi per vedere la sua presenza, il suo agire dentro l’esistenza umana.
La seconda espressione che dice S. Stefano prima di morire è: “Signore Gesù accogli il mio spirito”.Quindi da una parte la fede gli permette di acquistare occhi nuovi, dall’altra, è un uomo che si consegna nelle mani di Dio. Si consegna come ha fatto la Vergine Maria. Ha detto io sono tuo, io ti appartengo, io mi abbandono interamente nelle tue mani. Questo abbandono non significa: “fai tu e poi io accetto tutto quello che tu fai”. L’abbandono in senso cristiano è un atteggiamento profondamente attivo, perché richiede una scelta della libera volontà dell’uomo; quindi è un abbandono nel quale io mi rendo docile come l’argilla all’azione del vasaio, perché il vasaio possa dare forma a questa materia ignobile, di nessun valore, possa darle bellezza, possa darle sostanza; e se l’argilla non si lascia lavorare, il vasaio troverà una grande difficoltà a realizzare l’opera che sogna. Quindi ci vuole una collaborazione tra il vasaio e l’artista. Il vasaio è colui che dà forma, è l’artista che esprime il suo sogno; ma la materia deve essere duttile, deve lasciarsi lavorare. S. Stefano è un uomo che si lascia lavorare da Dio, che diventa argilla nelle mani del vasaio.
L’ultima espressione che S. Stefano pronuncia prima di morire lapidato è: “Signore non imputare loro questo peccato”. L’uomo che vive con Dio e in Dio le esperienze della vita, anche quelle che si configurano come persecuzioni e come ingiustizie nei suoi riguardi, le vive con un altro animo.
Questo è un altro elemento di novità su cui noi dovremmo riflettere, perché la nostra vita è spesso molto lontana da queste logiche, da questi criteri. S. Stefano vive la sua collocazione dentro le vicende della vita, anche quelle che possono apparire umanamente più contraddittorie, più negative, con questa apertura alla misericordia che tutto trasforma e a tutto dà un senso. In questo modo S. Stefano e noi siamo in grado di dare un senso anche alle realtà che non ce l’hanno, di trasformare quella che è un’opera ingiusta che altri attuano contro di lui, in qualcosa che è profondamente rinnovante, non soltanto per la vita di S. Stefano, ma per la vita dell’intera umanità.
La santità non è data dalle opere che l’uomo compie, per le quali l’uomo viene riconosciuto celebre, ma la santità è data dal rapporto dell’uomo con Dio che si riflette poi nel modo d’essere presente nel mondo, dentro la storia.
ANCORA BUON NATALE!

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