Un mondo nuovo è possibile!

Nulla è impossibile a Dio. 998706_10150328753659945_2132224386_nPartendo da questa affermazione che deve esserci inculcata bene in testa, possiamo raccogliere e mettere ai piedi di Maria un nostro sogno, sogno di voi tutti che avete risposto numerosi a questa celebrazione: UN ALTRO MONDO E’ POSSIBILE!

Un credo che ci dobbiamo trasmettere di bocca in bocca, un’eco che ascoltiamo tutte le volte che entriamo in profondità di noi stessi.

Un altro mondo è possibile è un’espressione che evoca e ci ricorda Dio, quel Dio raccontato all’orecchio che diventa sogno, esigenza etica di denuncia per ciò che non va, un grido lanciato dai tetti.

Il sogno a voler ben guardare è una piccola porta stretta, direbbe il Vangelo, una porta di entrata direbbe la Genesi (28,17), un’idea un’immagine che si apre e ci introduce permettendoci di rimanere all’uscio….

Ci sono vite che sognano un altro mondo perché se la passano male, altri e altre sognano perché la loro sofferenza è grande e altri ancora perché vorrebbero che la loro gioia fosse perfetta ed eterna.

Ma ci sono anche sogni e sognatori come noi, semplici che vogliano un mondo migliore perché Gesù il Figlio fa nuove tutte le cose di un nuovo inesprimibile.

Quanta vita, quanta speranza, quanta sete di donne e uomini comuni in questo altro mondo possibile.

Quanta speranza e quanta sete di coloro che più che pensare una storia differente, la vivano e la inventano quotidianamente.

Nulla è impossibile a Dio!

Maria mamma nostra a te ci rivolgiamo, intercedi per noi affinché si possa realizzare anche attraverso il nostro contributo un altro mondo.

Quanto Costa?

1317247675mzdC’è disorientamento in tanti buoni sacerdoti, attempati e non più alle prime armi dopo quanto Papa Francesco ha detto sulla gratuità dei sacramenti.

C’è chi assicura che il disorientamento non è dovuto per il timore che, per le parole del Papa, possano diminuire le offerte alla parrocchia per Messe, Battesimi, Matrimoni e Funerali, ma perché si sentono esposti al rischio che la gente li consideri un preti venali…

C’è da capirli, visti i tempi che corriamo.

Anche se molto meno rispetto a qualche tempo fa, dopo Battesimi, Matrimoni o Funerali, spesso c’è ancora chi viene a chiedere: «Quanto costa?».

È una domanda imbarazzante. Sempre. Infatti, sia pure senza volerlo, rivela che si pensa alla parrocchia come a una bottega di oggetti religiosi, corone, candele, statuette e quant’altro. Compri, paghi e te ne vai, come all’Ipermercato…

Ad ogni modo, personalmente, quando mi domandano quanto costa, io rispondo sempre: «Non costa niente. Non può essere che così, perché i sacramenti sono un immenso, impagabile dono di Dio per la salvezza di tutti. E se sono per la salvezza di tutti, non li si può certo dare o negare in base al pagamento».

«E allora – dirà qualcuno – perché c’è questa usanza di “pagare” dopo una prestazione religiosa?».

Questa bella (bellissima!) usanza, che c’è in tutta la Chiesa, è nata per rispondere in qualche modo al dovere morale dei parrocchiani di sostenere la loro comunità nelle sue necessità materiali.

In fondo, è stato così fin dall’inizio. Il Vangelo di Giovanni (12,6 e 13,29) ci dice infatti che Gesù e i Dodici avevano una cassa, dove non c’erano delle medagliette da dare ai bambini, ma soldi veri per le loro necessità e per la carità verso i poveri.

La questione è ben diversa, e se lo Stato e i Comuni hanno le tasse per dare servizi, le nostre Parrocchie, hanno la carità!

Le parrocchie sono come il gruppo dei Dodici. Esistono certo solo per le realtà spirituali, ma, non essendo fatte di angeli, devono far fronte a problemi materiali quali il pagamento delle bollette, delle spese generali, quelle di manutenzione ordinaria e straordinaria degli edifici, la dotazione e la conservazione degli oggetti inerenti al culto, ecc. ecc.

Lo Stato, il Comune, per far fronte a questo tipo di spese possono contare sulle imposte e sulle tasse. La Chiesa, invece, può contare solo sulla libera generosità dei suoi fedeli. Ed è per questo che lungo i secoli sono nate usanze diverse da luogo a luogo per sostenere la Chiesa nelle sue necessità materiali. Da secoli infatti, il 5° dei Precetti generali della Chiesa raccomanda ai fedeli di “sovvenire alle necessità della Chiesa secondo le leggi e le usanze“.

«Questo l’ho capito – dice sempre qualcuno – e mi sembra più che giusto, ma lei mi può dare un’indicazione? Perché, sa, non vorrei dare né troppo, né troppo poco».

O Dio, il pericolo di dare troppo non c’è. Il pericolo di dare troppo poco nemmeno, perché i sacramenti vengono dati anche se poi non fai nessuna offerta. È già successo non poche volte, e sempre più spesso…

Il dare troppo poco, se proprio ci si tiene, si può evitare tenendo presente che siamo nell’ambito del dono. E i doni non si possono tariffare, sono legati alla forza dell’amicizia. Nel caso nostro, dipende dall’attaccamento che abbiamo alla Chiesa, dalla nostra riconoscenza per quello che essa fa per noi e per i nostri cari dalla nascita alla morte e anche oltre, dipende dal desiderio che abbiamo che la Chiesa continui a svolgere il suo compito senza grossi problemi economici.

«Anche questo lo trovo sensato e anche molto bello, – insiste il fedele… ansioso di fare la sua offerta – ma davvero non mi può dare un’indicazione?».

No, perché si annullerebbe tutto il discorso del dono e si cadrebbe in un rapporto puramente commerciale. Una tariffa infatti andrebbe giustamente motivata con tutta una serie di dati.

Andrebbe prevista una quota per far fronte alle spese generali, a quelle per la manutenzione ordinaria e straordinaria degli ambienti e delle suppellettili, ma così però, siamo assai lontani dall’economia del dono di cui si parlava e che è l’unica che ha senso in un ambito di famiglia come è quello della Chiesa.

Volete un esempio di “cultura del dono”? Recentemente un’anziana vedova, dopo il funerale del marito, ha consegnato in semplicità i 566 euro raccolti durante il funerale stesso chiedendo di destinarli al centro di ascolto parrocchiale.

Riguardo ai doni alla Chiesa, San Paolo ci insegna. In occasione della grande colletta da lui organizzata (anche lui!) a favore della Chiesa di Gerusalemme trovatasi in gravissime necessità, nella seconda lettera ai Corinzi (cap. 9) innanzi tutto dice: «Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore». Poi aggiunge: «Lo faccia però non con tristezza, ma con gioia». E continua con una motivazione bellissima: «Perché Dio ama chi dona con gioia». E infine conclude dicendo: «Chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà».

Non so a chi si riferisse il Papa quando ha fatto quel forte richiamo che ha turbato tanti buoni e barvi sacerdoti.

Sicuramente non si riferiva ai preti che in tanti paesini e città conosciamo, i quali cercano con grosse difficoltà di gestire anche economicamente le parrocchie sollecitando ed educando i fedeli a una partecipazione generosa alla quale, proprio perché amano la Chiesa, essi aderiscono serenamente e con animo lieto, come raccomanda San Paolo.

Alla faccia di quelli che invece, secondo un detto popolare, sono larghi di bocca e stretti di mano e che d’ora in poi, purtroppo per loro, avranno perfino la presunzione di avere l’approvazione nientemeno che del Papa in persona.

Alleanza e patti….

120px-Associazione_Guide_e_Scouts_Cattolici_Italiani.svgDire Alleanza, stringere un patto, è dire IO CI SONO per qualcosa e per qualcuno, dire Alleanza è dire patto, dire elezione.
Nel 2008 venne eletto il 44° presidente degli Stati Uniti Barak Obama, dove per un patto, una scelta che sarebbe apparsa impossibile fino a non molto tempo fa, ha portato un afro-americano alla guida di un Paese da sempre importante.
Questa è un Elezione che ha alla sua base un patto condiviso. umano con i proprio pro e i propri contro, ma questa mi ha fatto pensare ad un altra elezione, ad un altro patto.
Un patto e un’elezione con un solo elettore in cui i criteri di scelta sono ancora più sorprendenti.
Ce ne parla tra gli altri il libro del Deuteronomio (7,6-8).
Dio è l’elettore, Israele l’eletto e i criteri di scelta sono paradossali: non la grandezza, non la paura, non il successo ma qualcosa di misterioso che ha la sua sorgente nell’amore e nella fedeltà di DIO.
QUESTA ELEZIONE, questo Patto unilaterale da parte di Dio è un aspetto talmente insolito, fastidioso per la logica umana tanto da rappresentare la base di tante scelte sbagliate, di tanti obbrobri nel secolo scorso.
Stasera, la nostra Comunità capi è stata chiamata ad accogliere Margherita – Sara – Filippo – Anna e a consegnare le nomine a capo per Anna e Lorena, ma è anche chiamata a rinnovare, a riprendere oltre che il Patto associativo anche il Patto con Dio.
Dio da sempre ha utilizzato e utilizza criteri differenti ad ogni logica umana, associativa. Egli sceglie gratuitamente una persona o un popolo e lo ricolma di benedizioni per mostrare la vera natura della sua Alleanza.
Nella sua storia “qualcuno” è benedetto perché tutti siano benedetti. Qualcuno è l’eletto perché tutti sappiano di essere gli eletti. Nessuna gelosia, nessun calcolo umano ma solo Benedizione.
Attraverso questo “qualcuno” scelto senza alcun merito particolare, noi veniamo convocati, coinvolti da quella stessa benedizione e da quello stesso amore!
Ogni Patto ogni Alleanza, anche la nostra che liberamente scegliamo e stringiamo comporta e richiede di parlare anche di responsabilità.
Di questo magari non ce ne rendiamo conto!
Ma in quanto cristiani e ELETTI da Dio “santi e amati” come ci ricorda Paolo -Col3,12-, abbiamo anche noi una responsabilità nello stesso tempo gravosa e non tanto diversa da quella dei “Grandi”: Abramo, Giacobbe, Mosè, Maria e Giuseppe…. Si tratta per noi, come per loro di metterci a disposizione del Signore con semplicità, con quello che siamo, perché tutti gli uomini, nessuno escluso possono riconoscersi eletti, santi e amati.
Per noi scout c’è un ulteriore passaggio. Come ci ricorda Baden Powel ci vuole coraggio! Ma oggi cosa vuol dire aver coraggio?
In ultima analisi mi pare che il coraggio, ogni coraggio autentico, implichi sempre il coraggio di Esistere e, attenzione, di esistere essendo pienamente se stessi!
Ma ciò è possibile, io credo così, solo se si percepisce una parola che “chiama” e che autorizza…. che ci dice ”Tu poi esistere…”
Qui a questo livello, il livello dell’interiorità di ciascuno, il discorso sul coraggio si salda nuovamente con quello della responsabilità, la “voce “che chiama e autorizza chiede anche una risposta!
Rispondere con la propria vita vuol dire precisamente essere Responsabile!
Allora coraggio di esistere è responsabilità di esistere!
Coraggio è anche l’avere FIDUCIA… una grande fiducia, che è punto fondante del nostro patto associativo e che soggiace alla nostra promessa Scout.
Quella voce che mi dice “Tu poi esistere”, è anche la voce che mi dice “Io non ti abbandonerò ami. non avere paura: io sarò sempre con te”.
Tutto ciò chiede una conversione, un “cambiare” radicalmente idea! Quando parliamo o sentiamo parlare di conversione pensiamo a tentare cose, a tanti discorsi sentiti nelle sagrestie e nelle chiese del mondo….o no?
Ma in ultima analisi l’unica vera conversione che ci è chiesta è CREDERE DI ESSERE AMATI DA DIO!
Una conversione che ha bisogno di essere rinnovata ogni giorno, perché ogni giorno dobbiamo ascoltare e credere alla voce che ci dice ”TU SEI IL MIO FIGLIO, IL FIGLIO AMATO”.
Una voce che ci chiama ad un nuovo patto ad una nuova alleanza, che si basa sulle 10 parole proibite:
“ Non ho voglia, non tocca me, non mi piace, non mi sento, non mi va, sono stanco, non sto bene, pensa agli affari tuoi, non sono capace, lasciami in pace”, che possiamo sintetizzare in una sola parola: VOCAZIONE!
E cioè IL DONO DI ME, LIBERO E RESPONSABILE, A ME STESSO!

Luce e Finestre…. (Omelia Solennità Tutti i Santi)

Bricciole VangeloNei giorni scorsi una coppia di amici mi ha fatto visita accompagnati dalla figlia, la piccola Veronica, una bambina sveglia!. Accolti nel piazzale della Chiesa, mi sono preoccupato di fare vedere la Chiesa prima da fuori e poi all’interno. La piccola Veronica che stringeva la mano di Roberto suo padre, vedendo le nostre grandi vetrate disse al papà: “Papà guarda, ma quelle finestre sono sporche, non hanno per niente un bell’aspetto”.Il padre non rispose, prese Veronica per mano ed entrò con la mamma nella chiesa.
Dentro, le finestre che da fuori sembravano sporche e rovinate, apparvero improvvisamente luminose, e risplendevano di colori bellissimi. La piccola Veronica rimase a bocca aperta e si mise a guadare attentamente le nostre finestre.

Pensate la fortuna, nel rosone centrale un raggio di luce illuminava il disegno della Madonna attorniata da una moltitudine di santi. “Papà, chi sono quelli?”, chiese Veronica. “Quello e gli altri sono dei Santi”, rispose il padre.
Nei giorni seguenti mi giunse una telefonata della mamma. Mi riferiva di un episodio successo e riguardante la piccola Veronica.
Nell’ora di religione, la maestra della piccola chiese “Chi di voi è capace di dirmi cos’è un Santo o una Santa?”. Ci fu un grande silenzio e ad un certo punto la piccola Veronica alzò la mano e disse: “Io lo so. Un santo è una persona attraverso la quale splende il sole!”.
Ecco una risposta, banale ma che giunge per tutti noi: un Santo, e oggi festeggiamo tutti i Santi, è una persona attraverso la quale splende il sole!
Il santo, in sé, anche se fisicamente lui non è un grande cosa, in realtà è una grande cosa. Come una delle tante nostre finestre che in sé non è una grande cosa, eppure è una grande, grandissima cosa. La finestra è luce. Quando non c’è la luce, se vuoi guardate le finestre, sarebbe meglio magari non vederle. Pensate, addirittura è migliore un muro, un muro dipinto è migliore di una finestra, perché una finestra senza luce non ha senso.
Vi siete mai chiesti: che cosa siamo noi uomini? Dovremo essere come una finestra: senza Dio noi siamo soltanto ferro e vetro; muscoli, ossa, con Dio noi siamo tutto, noi diventiamo luce.
Questa è la prima immagine. Ma poi ci vuole il segreto per fare questo. Come faccio io ad essere una finestra? Come è possibile che il Sole, Dio, passi attraverso di me? Che cosa devo fare perché la mia finestra non sia legata al buio?
In questi giorni mi è capitato di leggere attentamente la lettera pastorale del nostro vescovo Francesco “Impariamo le preghiere”, in esso leggo “quando parliamo, faceva riferimento alla preghiera vocale, rispondiamo a una parola che ci è stata rivolta, siamo introdotti in una conversazione che è già cominciata senza di noi… Non è la santità della nostra vita che ci permette di stabilire un rapporto con il Signore, al contrario è il nostro legame a Lui che contrassegna la nostra vita nella santità”. Bene, sapevo già che la preghiera è la forza di Dio. da questa festa di oggi posso aggiungere e dire che la preghiera è la luce di Dio. Sono sua luce se prego, sono la sua finestra se prego.
Per essere la finestra di Dio e avere la sua luce dobbiamo pregare, ma questa luce non ce la possiamo tener per noi: continuano a splendere ad essere luce, nella maniera ci consumiamo per gli altri.

Ricordo dei nostri Morti. Le indulgenze

IndulLa ricorrenza della Commemorazione dei Fedeli Defunti, suscita in tutti noi il ricordo di chi ci ha lasciato e il desiderio di rinnovare nella preghiera quegli affetti che con i nostri cari ci hanno tenuto uniti durante la loro vita terrena. E’ ciò che esprimiamo con il termine suffragio, parola che deriva dal verbo latino suffragari che significa: soccorrere, sostenere aiutare. In vari modi la Chiesa ci insegna che possiamo suffragare le anime dei nostri cari defunti: con la celebrazione di Sante Messe, con i meriti che acquistiamo compiendo le opere di carità, con l’applicazione delle indulgenze. In particolare su questa pratica, ultimamente un po’ trascurata, vogliamo soffermare il nostro pensiero.

Che cosa sono le indulgenze? Leggiamo dal catechismo la definizione. L’indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, che il fedele debitamente disposto, e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa la quale, come ministra della redenzione, autoritativamente dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei Santi. Al di là del linguaggio, sempre piuttosto tecnico nelle formulazioni ufficiali, cerchiamo di tradurre il tutto in termini più semplici. La teologia cattolica insegna che ogni nostro peccato ha una duplice conseguenza genera una colpa e comporta una pena.

Mentre la colpa, che possiamo concepire come la rottura o il deturpamento dell’amicizia con Dio, è rimessa dall’assoluzione sacramentale nella confessione, (attraverso la quale Dio cancella l’offesa ricevuta), la pena permane anche oltre l’assoluzione. Allontaniamo da noi ogni pensiero che si tratti di una castigo che Dio infligge, analogamente a quanto avviene nel codice penale per i reati commessi contro la legge degli uomini. La pena di cui parliamo è una conseguenza che deriva dalla natura stessa del peccato, che oltre ad essere offesa a Dio è anche contaminazione e corruzione dell’uomo. I nostri peccati infatti rendono sempre più faticoso ricostruire l’amicizia con Dio e superare quella inevitabile inclinazione al male che permane anche dopo la remissione sacramentale, come conseguenza del peccato stesso. Semplificando, pensiamo ad una ferita: anche dopo che ha smesso di sanguinare continua a darci dolore, ed è un punto debole: basta un piccolo urto perché riprenda l’emorragia. Il nostri corpo deve faticare per ricostruire il tessuto nella sua integrità e solo allora possiamo dirci veramente guariti. Il peccato è una ferita dell’anima e anche dopo il nostro pentimento e l’assoluzione sacramentale rimane come una debolezza, siamo più fragili, più soggetti a ricadere proprio dove siamo già caduti, rischiamo che quella ferita non pienamente rimarginata, si riapra proprio nello stesso punto. Le indulgenze che possiamo acquistare anche per noi stessi (esempio il perdono d’Assisi o le indulgenze dell’Anno Santo) sono come un medicamento cicatrizzante, ci confermano nel proposito di rinnegare il peccato e sanciscono la nostra volontà di aderire pienamente al progetto di Dio. Pensiamo ancora cosa avviene quando l’amicizia tra due viene infranta. Essa si ricostruirà ma con fatica; anche dopo che l’offesa è stata perdonata, rimane come una difficoltà nei rapporti, finché con il tempo e la reciproca buona volontà non si rimuovono completamente le cause e i ricordi del litigio. Ora noi non possiamo certamente dubitare della volontà di Dio di riammetterci alla sua piena comunione, ma dobbiamo dubitare delle nostre capacità a staccarci completamente dal peccato e da ogni affetto malsano; è necessario un lungo cammino di conversione e di purificazione. La pena temporale non è quindi da concepire come una vendetta di Dio ma come il tempo necessario a noi per rigenerare la nostra capacità di amare Dio sopra ogni cosa. Questa pena temporale esige d’essere compiuta in questa vita come riparazione, o in Purgatorio come purificazione. Nel cammino terreno il cristiano dovrà quindi vedere come mezzi di purificazione, che facilitano il cammino verso la santità: le varie prove e la sofferenza stessa, l’impegno nelle opere di carità, la preghiera, le varie pratiche di penitenza e, non ultimo, l’acquisto delle indulgenze.

Ma poiché difficilmente possiamo presumere che in questa vita riusciremo a giungere a quella perfezione che ci permetterebbe di essere, immediatamente dopo il nostro trapasso, ammessi alla piena comunione con Dio, la Giustizia Divina prevede un tempo di purificazione anche dopo la nostra morte, in quella particolare condizione, (tradizionalmente chiamata Purgatorio), nella quale si troverà la nostra anima al termine del nostro esilio terreno e in attesa di giungere alla piena comunione con Dio. Leggiamo ancora nel Catechismo: “Coloro che muoiono nell’amicizia di Dio, ma imperfettamente purificati, benché sicuri della propria salvezza eterna, vengono sottoposti, dopo la morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia di Dio”:

La comunione dei Santi:  è a questo punto necessario introdurre un altro elemento importante per la comprensione delle indulgenze che applichiamo ai nostri defunti. In questo cammino di perfezione e di purificazione non siamo soli, ma come i rocciatori impegnati in una scalata siamo legati gli uni agli altri da un legame invisibile, ma reale, che la Chiesa chiama Comunione dei Santi. Abbiamo infatti la consapevolezza di appartenere alla stessa famiglia dei figli di Dio e la certezza che quanto ognuno di noi opera o soffre, in comunione con Cristo e come offerta a Padre, produce frutti di bene a favore di tutti. Dice il Catechismo: “Noi crediamo alla comunione di tutti i fedeli in Cristo, di coloro che sono pellegrini su questa terra, dei defunti che compiono la loro purificazione, dei beati in cielo; tutti insieme formiamo una sola Chiesa. Noi crediamo che in questa comunione l’amore misericordioso di Dio e dei suoi santi ascolta costantemente le nostre preghiere.”

In questo contesto possiamo affermare l’importanza delle preghiere di suffragio e le indulgenze con le quali soccorriamo i nostri defunti, abbreviando i tempi della loro purificazione. Consideriamo quindi un’opera altamente meritoria ricordare coloro che ci hanno fatto del bene, continuare a sentirci a loro vicini e solidali nel cammino di purificazione che stanno compiendo nel Purgatorio. E ancora più meritevole appare poi la preghiera rivolta a Dio per le anime più abbandonate e più bisognose delle sua Misericordia, quella devozione alle Anime Sante del Purgatorio che purtroppo sopravvive solo nelle persone più anziane. Non è da ritenersi cosa superata l’applicazione di Messe e suffragi in favore di chi pure non abbiamo conosciuto direttamente, quelle preghiere rivolte a Dio per le anime che attualmente si trovano in uno stato di attesa e di bisogno; un modo per farsi amici, come direbbe Vangelo, che “ci accolgano un giorno nelle dimore eterne”.