C’era una volta il peccato….

Avrete notato, cari amici, che i pastori della Chiesa cattolica parlano sempre meno del peccato. La parola stessa è diventata quasi impronunciabile e si preferisce usare il termine “fragilità”.
Mi sembra che dietro questa sostituzione ci sia un progetto: sostituire l’uomo a Dio, fare dell’uomo il dio di se stesso.
Nel momento in cui mettiamo da parte Dio, perdiamo automaticamente il senso del peccato. Ora, che questa operazione sia portata avanti dal mondo è comprensibile. Ma che sia portata avanti dalla Chiesa è aberrante.
L’uomo senza Dio, e senza peccato, vive nel soggettivismo e nel relativismo. Lo può fare, perché è libero. Ma la Chiesa ha il dovere di dire che tutto ciò non è cattolico. Invece molti uomini di Chiesa, da parecchi anni, si sono avviati proprio sulla strada di soggettivismo e relativismo. E per fare ciò hanno dovuto eliminare quell’ingombro insormontabile che è il peccato.
L’uso della parola “fragilità” al posto della parola “peccato” denota la mancanza della relazione con Dio. Sono fragile a causa dei miei limiti intrinseci, a causa eventualmente di qualche esperienza sbagliata, ma me la vedo da me. Tutto si risolve nella sfera del proprio io. Non ho bisogno di alcun Dio con il quale confrontarmi. Di alcun Dio al quale chiedere perdono. Oppure me la vedo con un mio Dio che comunque, essendo fatto a mia immagine e somiglianza, certamente mi comprende, mi giustifica e mi perdona.
Ovviamente il peccato può essere favorito dalle nostre eventuali e svariate fragilità, ma eliminare il peccato e mettere al suo posto la fragilità è devastante dal punto di vista cattolico, perché porta all’eliminazione della stessa grazia. Se non c’è il peccato, non c’è bisogno della grazia. Il Catechismo della Chiesa cattolica (n. 1848) ricorda le parole assai significative di san Paolo: “Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia” (Rm 5,20). La grazia per compiere la sua opera deve svelare il peccato, ma se noi aboliamo l’idea di peccato rendiamo la grazia inutile, superflua.
C’è una preghiera bellissima, e molto cattolica, che la Chiesa ci chiede di recitare quando ci confessiamo. È l’Atto di dolore: “Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi, e molto più perché ho offeso Te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Propongo col tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Signore, Misericordia, perdonami”.
Ebbene, c’è un sedicente “teologo” cattolico (virgolette obbligatorie) il quale, davanti alle telecamere della tv dei vescovi italiani, ha definito l’Atto di dolore una “tremenda preghiera”, “una preghiera che non ha nulla di cristiano perché Dio non si può offendere e poi Dio non castiga, perché Gesù è venuto a rivelarci un altro tipo di Dio, di Padre”.
Capite qual è la situazione? Questa è la “teologia cattolica” che va per la maggiore e viene divulgata dai mass media ufficialmente cattolici!
Io sintetizzerei così: parla di “peccato” chi vede la fede come relazione vincolante dell’uomo con Dio; preferisce invece il termine “fragilità” chi si concentra sull’uomo e ignora Dio o lo lascia sullo sfondo e considera la sua legge un vago punto di riferimento al quale ci si può attenere o anche non attenere, perché tutto dipende, appunto, dall’uomo e dal suo sentimento.
Questo secondo modo di concepire il rapporto con Dio e la sua legge mi sembra evidente in Amoris laetitia. Rispetto alla questione della comunione ai divorziati risposati, Amoris laetitia più che sul contenuto della legge divina insiste sulle attenuanti umane. Ora, noi sappiamo bene che nella valutazione morale le attenuanti, anche per la dottrina cattolica, vanno tenute in considerazione. Ma i fattori attenuanti non possono diventare la chiave interpretativa per risolvere il problema dell’ammissione ai sacramenti,
In questo modo il sacramento è offerto al ribasso, come vaga consolazione, come se si ritenesse che la creatura è costitutivamente incapace di una risposta di fede seria e impegnativa.
Non a caso il titolo del famigerato capitolo ottavo di Amoris laetitia è Accompagnare, discernere e integrare la fragilità. E il documento a un certo punto, proprio perché puntato sulle attenuanti, arriva a sostenere che Dio stesso può permettere all’uomo di vivere in stato di peccato. Un’affermazione che ha condotto il filosofo Josef Seifert a paragonare l’esortazione apostolica a una bomba atomica posta sotto la dottrina e la morale cattolica.
Noi sappiamo che Dio è paziente, non permissivo. Dio sa aspettare, ma non scambia il bene con il male. Dio sa che siamo peccatori, ma proprio per questo ci prende per mano per condurci fuori dal peccato, non per giustificare la situazione di peccato!
Gli esponenti della Chiesa che puntano sulle attenuanti e preferiscono parlare di “fragilità” glissando sul peccato dimostrano inoltre di avere una bassa considerazione della creatura umana. Comportandosi come quegli insegnanti che, pensando di non poter cavar fuori più di tanto dagli alunni, non li spingono a dare il meglio e giustificano tutti i loro errori e le loro mancanze, questi presunti uomini di fede dimostrano di non credere alla santità come obiettivo di ogni battezzato.
Noto inoltre che puntare sull’idea di fragilità accentua moltissimo la visione emotiva dell’esperienza di fede, a danno della visione razionale.
Credo che, al fondo, dietro l’abolizione del peccato ci sia la mancanza di fede. La sostituzione dell’idea di peccato con quella di fragilità viene operata non solo in ossequio a un certo politically correct e nel tentativo di non apparire troppo aggressivi. La ragione profonda è che non si crede in Dio.
Chi esautora l’idea di peccato dimostra di non credere in Dio in un duplice senso: non crede nell’ordine divino e nella cogenza della legge divina, ma non crede neppure nell’aiuto che Dio certamente offre di fronte alla caduta nel peccato.
Abbiamo detto come ci sia una preoccupante eclisse del peccato. Ma occorre aggiungere che non basta parlare di peccato in modo generico. Il grande assente, nella predicazione attuale, è in particolare il peccato originale, come si è visto durante il sinodo sull’Amazzonia, con un papa, Francesco, che pare credere non al Catechismo della Chiesa cattolica, ma al pensiero di Rousseau, secondo il quale l’uomo nasce innocente e si corrompe vivendo nella società.
L’idea di peccato, quale rottura del legame e del patto con Dio, porta con sé l’idea di penitenza, ma anche “penitenza” è parola che è stata espunta dal vocabolario cattolico. Nel momento in cui la questione del peccato è sostituita da quella della fragilità, la quale, come abbiamo sottolineato, si gioca tutta all’interno dell’individuo, senza che ci sia bisogno di prendere in considerazione il rapporto con l’ordine divino, anche il concetto di penitenza diviene inutile e anzi è bene evitare di farvi ricorso. Eppure sappiamo che non può esserci esperienza autenticamente cristiana senza penitenza. Non perché il cristianesimo sia la religione degli autolesionisti, di coloro che amano soffrire, ma perché essere cristiani presuppone la conversione del cuore, e la conversione implica la penitenza, perché è necessario un distacco dalle cose del mondo per legarsi invece alle cose di lassù.
Vorrei anche sottolineare che mentre la fragilità è una condizione rispetto alla quale la persona deve riconciliarsi con se stessa (da cui espressioni come “recuperare il proprio equilibrio”, “ritrovare se stessi”), il peccato porta con sé l’idea che la riconciliazione, nel senso più profondo, è un dono di Dio.
Quando un’idea perde potenza, diceva Chesterton, c’è subito un’altra idea pronta a sostituirla e a diventare fin troppo potente. Con la fragilità che sta oscurando il peccato lo vediamo molto bene. Lungi da essere sinonimi, i due vocaboli sono espressioni di due visioni completamente diverse e, direi, non componibili. E, come spesso succede con le questioni di fede, occorre scegliere da che parte stare.
Aldo Maria Valli

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