Evangelizzare e testimoniare in tempo di elezioni…

21743114-salendo-e-il-potere-del-successo-con-un-albero-che-cresce-in-forma-di-wingsthat-è-emersa-dalla-terra-eIn questi tempi di campagna elettorale, almeno qui da noi in Emilia, si pensa spesso che “evangelizzare” sia portare agli altri ciò che non hanno, ciò di cui sono privi.
Avviene come se ci fosse, da una parte, un “pieno” da trasmettere, e, dall’altra, un vuoto da riempire. In questa prospettiva, sbagliata e sfasata, ci si sforza di fare in modo che gli altri cambino, che si “convertano” alle nostre convinzioni, che divengano come noi e credano come noi!
Così la cosiddetta evangelizzazione è intesa e viene perseguita come conquista dell’altro.
L’evangelizzazione, secondo il mio modesto parere, non consiste, come talvolta crediamo, nel trasmettere agli altri una buona notizia ben strutturata, supportata da riferimenti biblici, scritturistici, da norme del Magistero, di cui noi saremmo i detentori sicuri. Consiste piuttosto nell’andare con speranza verso gli altri per scoprire con loro, nei loro luoghi di vita, nel cuore della loro esistenza, le tracce del Risorto che sempre ci precede, che è già là in incognito!
Noi non portiamo nulla di nuovo, ma una parola, e non un insulto, che invita a scoprire e riconoscere ciò che è già stato effuso in tutti i cuori.
L’arte di evangelizzare è di favorire questo “riconoscimento”, di discernere e indicare la presenza del Regno nelle persone e nelle situazioni, anche dove non ce lo aspettiamo.
Queste prospettive, chiavi di lettura, non tolgono nulla alla forza delle nostre convinzioni, del nostro “credo”, ma invitano all’umiltà quando ci accostiamo agli altri. Noi ci avviciniamo a qualcuno non per “guadagnarlo” alla nostra causa, non per portargli ciò che gli manca, ma per riconoscere con lui, nella sua vita, la presenza del Risorto in maniera da rimanere noi stessi sorpresi.
Ma come fare concretamente? Come entrare in questo movimento di evangelizzazione reciproca? Due atteggiamenti pratici, che spesso dimentichiamo: rischiare l’accoglienza nel luogo dell’altro ed entrare in conversazione in corso.
Nelle nostre comunità, noi pensiamo sovente di doverci mostrare accoglienti. Organizziamo di conseguenza delle strutture di accoglienza.
Apriamo le nostre porte, sperando che gli altri vengano a cercare da noi quello che non hanno. Ma organizzare l’accoglienza in questo modo, non è prendere una posizione di superiorità e mettere l’altro in posizione di inferiorità?
Da una parte i ricchi che danno e dall’altra i poveri che ricevono. Non sarebbe necessario invece, secondo la logica del vangelo, rovesciare la prospettiva: non tanto accogliere l’altro, ma lasciarsi accogliere dall’altro, instaurando a monte un rapporto di conoscenza, di reciproco rispetto, fidandoci dalle sue capacità di accoglienza, delle sue risorse, delle sue possibilità?
Il vangelo non ci dice: “Siate accoglienti”; ci invita al rischio dell’accoglienza da parte dell’altro, nel luogo dell’altro.
Così evangelizzare inizia con l’onorare l’altro facendo affidamento, alle sue capacità di accoglienza. Di conseguenza oggi, più che mai, siamo invitati a pensare e vivere il compito dell’evangelizzazione non solo come un progetto calato dall’alto che ci sforziamo di realizzare, ma anche e soprattutto con un atteggiamento ricettivo, di attenzione, quello dell’evento e della sorpresa.
Aprirsi a liete sorprese significa in particolare cessare di dividere le persone tra coloro che sono al centro, alla soglia e alla periferia. Significa riconoscere che Dio si è fatto prossimo di tutti e coloro che oggi sono considerati “i lontani” spesso manifestano un adeguamento al regno di Dio e una disponibilità a comprendere la buona novella che ci stupiscono.
Lasciarsi sorprendere dal vangelo significa anche, e forse primariamente nelle attuali condizioni, predisporsi ad accogliere, interloquire gli alleati inattesi. Questi alleati inattesi possono essere persone, eventi, teorie, aspirazioni culturali nuove: al di là di ogni nostra previsione, calcolo elettorale, contribuiscono a dare rilievo al messaggio evangelico, conferendogli una nuova pertinenza.
“Il vecchio albero che crolla fa più rumore della foresta che cresce”, dice un proverbio africano. Nella Chiesa oggi più che mai, molti si danno da fare per tenere in piedi il vecchio albero che crolla. Ciò non è inutile se si tratta di rallentarne la caduta per evitare che qualcuno rimanga schiacciato. Ma attenzione l’importante è la foresta che cresce, una foresta da “conoscere”…. Buona Giornata

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