La Coperta “lunga” dell’amore…

Bisogna prendere atto di un’apparente sfasatura, nei rapporti tra la chiesa di periferia, di popolo e persone seriamente “impegnate”, dotate anche da clergyman,  e riscontrare quanto impegno si profonde per coloro che si dedicano ad amare il prossimo lontano, e che finiscono per ignorare e magari snobbare quello vicino.
Questo non vuole  essere un accorato appello/lamento di un sacerdote che si sente trascurato, quasi cancellato dall’interessamento dei propri cari. Vuole essere invece una richiesta di maggiore attenzione, stante a certe situazioni in cui si dice tutto e il contrario di tutto specie per quanto attiene il diverso, l’immigrato.
Negli ultimi mesi, mi sono chiesto se mai esista da qualche parte un ufficio, magari in curia, che accetti l’iscrizione al “terzo mondo”.
Io sono un sacerdote, che sogna di entrare a far parte del “terzo mondo”, essere promosso e considerato tale nella categoria degli “ultimi”, venire accolto tra le schiere degli “emarginati”. Il mondo in cui appartengo, infatti, non saprei proprio come definirlo, forse non è ancora stato ancora scoperto, comunque mi viene riconosciuto solo il diritto di “tirare a campare”, di “arrangiarmi” da solo.
Mi spiego. Nell’ambiente in cui vivo vedo un gran da fare da parte di certi confratelli, anziani e giovani,  e chi più chi meno, sono presi dalla fobia di testimoniare si sono presi la briga di occuparsi dei problemi della globalizzazione, dell’ambiente, dei tossicodipendenti, di qualche barbone. Lottano per la pace, si battono per la giustizia, si accalorano per l’ecologia, Nulla da ridire, ci mancherebbe altro: se un sacerdote non puntasse gli occhi al di là delle finestre di casa propria, non si spingesse oltre l’ombra del campanile (che io non ho a causa del terremoto dell’Emilia), non guardasse in faccia alle realtà più drammatiche del nostro tempo, ci sarebbe da dubitare della loro intelligenza ad essere allarmati per il funzionamento del cuore.
…Tuttavia a questa situazione in cui come educatore, accompagnatore assisto come tanti con occhio paziente e non rancoroso, non credo di pretendere troppo se esprimo il desiderio che i miei superiori mi aiutassero guardando in faccia, qualche volta, anche me come sacerdote, mi rivolgessero, qualche volta, un saluto, possibilmente non troppo strascicato e obbligato rispetto a miei lamenti che non fossero giudicanti ed essere tacciato di esser fuori dal coro, e magari mi coinvolgessero, nelle loro scelte.
Le nostre chiese si stanno svuotando, ci sono un numero imprecisato e imprecisabile di associazioni, movimenti, gruppi, si tende come apparato, ad essere presenti in tutte e le possibili iniziative, ma di chi c’è e che deve portare il fardello di essere uomo di chiesa in questo marasma di cose da fare, nessuno si occupa, e se ci si occupa è per fare processi sommari.
Ho l’impressone che non sia troppo evangelico dedicarsi ai “lontani” e non si rivolge quasi la parola allo “sposo” legittimo, al proprio sacerdote o rispondere, ed è ancora più avvilente, con sorrisini e ammiccamenti di circostanza.
Confido, che la mia sposa, la mia Chiesa si accorga che esiste un pezzetto di “terzo mondo”, una minuscola area di emarginazione anche qui…. Non ho la pretesa certo che mia “moglie” cominci da me, mi accontenterei che la sua instancabile frenetica attività, “finisse” oltre che ai porti e oasi di segregazione  mondiale, a me.
Chiedo formalmente l’iscrizione al “terzo mondo”, quello in cui ci si imbatte quotidianamente, ma preciso che da povero e dimenticato prete, mi bastano le briciole.

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