Prendere o lasciare?

Ci sono dei brani del Vangelo che vanno letti con timore e tremore quasi da condannati per usare la provocante immagine di don Primo Mazzolari. Le parole che ci vengono rivolte sono, infatti, così severe e così stringenti da non permettere scappatoie, alternative. Prendere o lasciare, si potrebbe dire senza possibilità di mediazione.
È così anche il brano dell’evangelista Luca che ci propone questa domenica, che conclude l’impegnativo discorso delle beatitudini. La scelta del perdono o la violenza. Nella domanda Luca insinua già la sua proposta: solo il perdono fa crescere, la violenza non risolve nulla. Ma la vita quei diana, le abitudini, non agevolano la comprensione dell’alternativa tra perdono e violenza, essa è molte volte più complessa e più sfumata di quanto l’aut-aut tra i due atteggiamenti possa esprimere.
Talvolta si tenta, ad esempio e anche tra di noi, di svuotare l’impegnativa natura del perdono in un generico “vogliamoci bene”, per sopire i contrasti più evidenti e le diversità più radicate, come nelle feste di lontana memoria nelle feste “dell’Amicizia” e dell’”Unità”. Amici o compagni, non si deve esagerare nelle esternazione dei contrasti: i panni sporchi si lavano in casa! Altre volte si confonde il perdono con il “dimenticare” il torto subito!
Paradossalmente è vero l’opposto: si perdona solo se ci si ricorda. La memoria, infatti, è capace di ricostruire la storia che ha portato all’incapacità di perdonare e a relativizzare i motivi più forti. C’è anche chi, pià risolutamente, considera il perdono un’utopia, cioè una realtà irrealizzabile, un sogno, un’illusione.
L’inimicizia che il discepolo deve perdonare si presenta sotto tre aspetti. I pensieri (“quelli che vi odiano”), le parole (“coloro che vi maledicono”), le opere malvagie (“coloro che vi trattano male”). Dunque tutto il comportamento umano, niente escluso. Sono queste le espressioni che rappresentano il definitivo, totale superamento della legge del taglione, la legge dell’”occhio per occhio, dente per dente”. L’amore del discepolo infatti deve assomigliare all’amore di Dio, che ama anche dove non esiste nessun contraccambio, in pura perdita.
Gesù spingendosi ancora oltre, afferma che l’amore del discepolo si regola non sullo scambio alla pari nel proprio del clan, ma sul dono “spropositato”, proprio come fa Dio. I peccatori invece che non si riferiscono a Dio, agiscono in funzione di se stessi. In questo consiste il loro peccato.
Il cristiano deve annunciare una novità, è necessario che chi ha nel suo cuore e nella vita la parola buona del Vangelo si distingua di fronte al paganesimo del mondo. Quando tutti richiedono vendetta, il cristiano perdona, quando tutti vogliono avere, il cristiano dà. Se siamo cristiani non possiamo dire: tutti rubano, quindi rubo anch’io; tutti fanno violenza, quindi faccio violenza anch’io… Tutti rubano? Tu, invece, “a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica”. Tutti si vendicano? Voi siete discepoli del Signore che muore innocente e per amore: fate come lui: “Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla”.
La vera misura dell’amore, infatti, è la dismisura…Prendere o lasciare! Buona Domenica

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