Donne

donne-volti-550Quella “laica” ricorre l’8 marzo, ma per i cristiani la festa della donna è il 5 febbraio, Sant’Agata. Bella festa, per esempio, l’altra sera, all’oratorio di un paesino vicino al mio nella sperduta “bassa”: cena di gala per cento donne, fra giovani sposine e nonne brizzolate. Tutti gli uomini dietro ai fornelli, oppure solerti nel servire ai tavoli, camicia bianca perfetta e farfallino. Forse qualcuna, seduta al tavolo, si sarà chiesta: “sogno o son desta?”. Tornato a casa, incappo nel libro di un famoso teologo della liberazione, che mette in fila quelli che, secondo lui, sono “i marginali”, “gli oppressi della storia, in attesa di riscatto”: poveri, schiavi, bambini, operai… e le donne. Lì per lì rimango un po’ perplesso, come davanti a un’esagerazione: davvero le donne sono sempre rimaste nel sottoscala della dignità umana? Tutto sommato mi pare che il loro potere, nella secolare dialettica dei sessi, se lo siano sempre giocato. Penso alle donne in una società anche fortemente maschilista, tipo quella mafiosa: sottomesse eppure rispettate, abusate e venerate dai figli “uomini d’onore”, murate in casa eppure così potenti dentro quei “focolari tirannici” ben descritti da Leonardo Sciascia (cfr. Silvia Di Lorenzo, La grande mafia. Psicanalisi del potere mafioso, 1996). Umiliate, a volte violate, ma pur sempre potenti, seduttive, manovratrici di fronte al maschio rozzo e bambinone, barbaro e materiale. “Gli uomini sono figli delle donne – cantava Mia Martini al Festival di San Remo del 1992 -, anche se non sono come noi”. Su un punto, però, il mio teologo ha ragione: il mondo continua ad essere troppo al maschile. Un mondo più al femminile, ravvivato e ingentilito dal “genio femminile” (che porta profondità, tenerezza, cura del dettaglio, capacità di “sentire” l’altro, sogno unito a concretezza) stenta a farsi largo, fra le asprezze e le durezze dei maschi. Prima siamo passati attraverso il femminismo: diverse cose buone, ma anche la stoltezza di una donna intenta a scimmiottare il maschio, per contendergli il potere e scalzarlo dal piedistallo. Mascolinizzazione della donna, femminilità defraudata. Poi è venuta la liberazione sessuale: magro guadagno, per colei che non sa accontentarsi di rapporti superficiali e rapaci (“fast sex”, lo chiamano gli inglesi). Il maschio magari ci sguazza, lui che – recita l’antico adagio – “offre amore ma cerca sesso”. Invece lei, che “offre sesso ma cerca amore”, no, sarà più o meno sempre a disagio. I locali notturni per sole donne non faranno mai fortuna. Infine ecco arrivare la teoria del genere: “maschile? femminile? sono solo nomi. Esiste l’individuo neutro, e basta”. Ennesima fregatura. Regolarmente, in tutti questi passaggi storici, la vera femminilità resta fuori dal gioco. Estranea e straniera al mondo dei maschi. Occasione persa, promessa mancata. L’isola che non c’è. E allora permettetemi di tornare alla sana lezione cristiana. Uomo e donna diversi, uguali, uniti, come la Santissima Trinità. Il più grande uomo della storia? Una donna: Maria di Nazareth. Mettiamoci anche simpatiche iniziative come quella dell’oratorio del paesino di campagna. Un mondo migliore, dove i sessi imparino ad ammirarsi nella diversità, è possibile. Lo sognava anche Mia Martini, nell’ultima, agrodolce strofa della sua dolorosa canzone: “gli uomini che cambiano… sono quasi un ideale che non c’è … sono quelli innamorati come te”. Buona Giornata

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