CATECHESI CARISMATICA SULLA PREGHIERA.

pentecoste 2018 bBuona serata…. tra qualche giorno celebreremo la solennità della Pentecoste un momento questo, importante per ogni cristiano, ma soprattutto per noi, che ci definiamo carismatici. I nostri riti, le nostre adunanze, i nostri incontri, potrebbero sembrare la consuetudine per come celebriamo, per come ci è consueto ritrovarci, dimenticando e dimenticandoci che nella Pentecoste, prima della Pentecoste ciò che è essenziale è la preghiera. Il dinamismo della preghiera coinvolge il nostro mondo e quello dell’altro mondo, Dio e noi, la nostra miseria e l’infinita ricchezza divina, la nostra fede e l’onnipotenza di Dio, la nostra speranza il nostro amore e il suo amore, la nostra capacità di ascolto e il progetto di Dio.
Dobbiamo guardarci, a questo proposito due opposti eccessi. Cercare di non rendere troppo complicata la preghiera, con il rischio di deformarla in quella che è la sua struttura essenziale: un rapporto filiale con Dio, e quindi alla portata di tutti. Ma neppure cadere nella faciloneria. Quasi che la preghiera si potesse “ciabattare”, si preghi “in una maniera purchessia”.
Attenti! Non complichiamo eccessivamente la preghiera, ma anche a non semplificare oltre misura. Vorrei con voi questa sera, vedere brevemente il dinamismo di questa preghiera, di una preghiera carismatica. Si crede, comunemente, che il problema fondamentale della preghiera consiste nel trovare Dio. È vero si e no. Meglio: “trovare Dio” rappresenta il traguardo finale. Ma, prima di arrivare là, bisogna trovare altre cose. Ci sono condizioni che non si possono saltare. Si rischierebbe di pregare a vuoto, davanti al nulla.
PRIMA CONDIZIONE. PER TROVARE DIO BISOGNA INNANZITUTTO TROVARE SE STESSI.
Non dimentichiamo a questo proposito, il severo ammonimento di San Cipriano: “come volete che il Signore ti ascolti se da parte vostra non ascoltate voi stessi? Pretendete che il Signore si ricordi di voi della vostra preghiera, mentre voi dimenticate voi stessi?”. Nella preghiera, bisogna ritrovare se stessi. Il proprio volto autentico, liberato da tutte le maschere. Il proprio io, senza finzione. Non c’è vera preghiera senza una reale, direi crudele, conoscenza di sé, di noi stessi. Quando mi metto in viaggio verso Dio, attraverso la preghiera, dovrei domandarmi: ho mica dimenticato qualcosa, o qualcuno? Non ho, per caso, dimenticato me stesso? Sarebbe il colmo pretendere di arrivare a Dio lasciando a casa me stesso! Arrivare a Dio con un altro, con una controfigura! Ed è caso più frequente di quanto non si pensi. Trovare noi stessi, come prima condizione per trovare Dio.
SECONDA CONDIZIONE. IL DESERTO È IL LUOGO DELL’INCONTRO CON DIO.
Nel Vangelo di Marco capitolo 1,35 leggiamo: “l’indomani mattina, molto prima del giorno, si levò, uscì e si ritirò in un luogo solitario, e la pregava”.
Questo quadro di Gesù che si ritira in solitudine a pregare contrasta con l’altro opposto: “tutta la città era radunata davanti alla porta”, oppure con l’esclamazione degli apostoli: “tutti ti cercano”.
Il deserto diventa quasi l’ambiente naturale della preghiera di Gesù. In realtà il deserto, con i suoi orizzonti sconfinati, conferisce una dimensione speciale, universale alla preghiera di Gesù; con la sua nudità, la sua asprezza, la sua essenzialità, costituisce il luogo privilegiato dell’incontro con Dio.
Si tratta di amare la solitudine, sottrarsi al chiasso, liberarsi dalle pastoie della millantata attività che si inseguono e ci si appiccicano alla pelle e ai pensieri, perfino quando siamo in chiesa. Fare il deserto in mezzo al mondo, insomma. Soltanto i solitari sono uomini di preghiera. Dicendo solitari, però, non intendo esclusivamente i monaci. La solitudine è un atteggiamento interiore, e quindi non legata necessariamente all’ambiente esterno.
“Quando preghi, entra nella tua stanza, e chiudi la porta”. Giustamente è stato fatto notare che in questo consiglio di Gesù l’accento va messo più che sul luogo, sulla porta chiusa. Il problema fondamentale è questo: chiudere la porta. E allora la preghiera diventa possibile anche sulla piazza.
La preghiera deve scaturire dal silenzio. Grazie al silenzio l’uomo diventa, secondo una stella stupenda espressione, il luogo di Dio. Senza il silenzio la preghiera diventa al massimo un monologo. Mai un dialogo.
TERZA CONDIZIONE. DIFFIDARE DELLE PAROLE.
Meglio: diffidare delle parole cui non corrisponde il cuore! Le parole, da sole, appesantiscono, sotterrano la nostra preghiera invece di innalzarla. Molti vivono in questo equivoco. Ritengono che pregare, essenzialmente, voglia dire muovere la lingua o le labbra, macinare senza soluzione di continuità centinaia e centinaia di formule. Diventano degli spaventosi, “robot” della preghiera. Stabiliscono record impressionanti. Sono insuperabili sul piano della quantità. Ahimè purtroppo manca il cuore. E allora abbiamo un cumulo immenso di preghiere, ed è assente la preghiera. Perché la preghiera, non mi stancherò mai di ripeterlo, investe più il cuore che le labbra.
Gesù stesso ci ha ammonito a non moltiplicare le parole. Certe preghiere, fatte di chiacchere, danno l’impressione di un pettegolezzo spirituale, più che di una preghiera.
QUARTA CONDIZIONE. TROVARE GLI ALTRI.
Dopo avere trovato noi stessi, il silenzio del cuore, dobbiamo infine trovare gli altri. Chi? Tutti. Senza eccezione. Non si va a Dio senza i fratelli.
Non conosco nulla di più mortificante di una preghiera malata di individualismo. Questa malattia, dal cui contagio non sono esenti nemmeno i conventi, i preti, i religiosi si manifesta perfino nel linguaggio. La mia preghiera. Il mio rosario. I miei “esercizi di pietà” (che brutta espressione!) Le mie devozioni. Addirittura: la mia Messa. Che tristezza! Il Signore non c’è insegnato a dire: “Padre mio darmi oggi il mio pane quotidiano rimetti i miei debiti”. Non mi è consentito pregare il padre mio, ma il padre nostro. Non mi è lecito chiedere il mio pane quotidiano, ma il nostro pane quotidiano. Non ci devono essere nella preghiera le mie necessità, le mie ansie, le mie ispirazioni, i miei drammi, le mie angosce, ma necessità anzi aspirazioni drammi angosce di tutti. Perché il padre è di tutti. E vuole che ogni suo figlio, degno di questo nome, assuma sulle proprie spalle il fardello di tutti gli altri. Se, nella preghiera, rinneghiamo la fraternità, finiamo di rinnegare, inevitabilmente, anche la paternità divina. E il Padre Nostro non c’ascolta. Tutto il mondo deve passare nella nostra preghiera, perché questa sia autentica. Una preghiera malata di individualismo è una preghiera mancata. È uno sgorbio. Si prega è un responsabile: di tutto e di tutti.
Questi cari amici e fratelli, è essenzialmente il dinamismo della preghiera, una preghiera carismatica capace di mettere il poco nel tutto, di mettere ciascuno di noi in comunione, in armonia, in grazia con ogni altro nostro fratello sorella vicino lontano ed è questo che chiediamo incessantemente in questa liturgia eucaristica.

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