Ho sete…CEDERE!

5 parola 13 maggio 2018Una delle Sette Parole del Signore Gesù sulla croce, la quinta esprime tutta la sua fragilità e al contempo la sua passione per la nostra umanità amata e desiderata: «Affinché si compisse la Scrittura, disse “Ho sete”» (Gv 19,28).
La sete del Signore crocifisso è la manifestazione più alta e più profonda della sua missione d’amore e di redenzione nei confronti di ogni uomo. Il segno del compimento, il segno dell’aver portato a termine il suo compito per noi tutti è questa dichiarazione solenne che fa di Dio un assetato, un perenne assetato di umanità.
Colui che la sera prima ha sfamato i suoi con il pane del suo corpo e li ha dissetati con il vino del suo sangue ora, alla fine della sua vita, dichiara di essere assetato in modo ancora più terribile di quanto lo fosse al bordo del pozzo di Giacobbe (Gv 4), dove in realtà si dimenticò di bere oltre che di mangiare. Ora, invece, il Signore accetta di essere dissetato e solo «dopo aver ricevuto l’aceto – solo dopo – […] chinato il capo spirò» (Gv 19,30).
Sulla croce il Signore Gesù si lascia dissetare! Ma per noi rimane, e così profonda, la domanda: «Con che cosa abbiamo dissetato l’Amore?». E ancora «Con che cosa ha accettato di essere dissetato l’Amato?». Non con acqua zampillante (Gv 4) e neppure con vino raffinato (Gv 2), bensì con aceto: bevanda incerta, frutto di miscuglio e di deterioramento del puro frutto della vite. Eppure potremmo dire che il Signore ci attende per essere dissetato dalla nostra umanità incerta. La nostra umanità, nella Sua morte e nel dono dell’acqua e del sangue che sgorgano dal Suo cuore trafitto, trova proprio in Lui e solo in Lui la propria verità e l’orientamento verso la con-formazione a questa verità di essere e di agire senza provare nessuna vergogna di avere bisogno. Se Dio, in Cristo crocifisso, è assetato, come vergognarci più della nostra sete, del nostro essere sempre «come terra arida» (Sal 63[62]), come non confessare il bisogno che abbiamo che qualcuno porti fino a noi «in cima a una canna» (Gv 19,29) un po’ di ristoro? Anche noi dunque possiamo dire, tutte le volte che la sentiamo ardere nel nostro corpo e nel nostro cuore: «Ho sete!» (Gv 19,28). Non abbiamo più motivo di vergognarci della nostra sete di umanità e, di conseguenza, non possiamo più minimamente disprezzarla o anche solo sottovalutarla mentre brucia e arde nella vita del nostro prossimo: siamo una cosa sola in questa sete non di altro, ma dell’altro che sta al cuore stesso della vita di Dio e che «arde senza consumarsi» (Es 3,2).
Quando la malattia e la fragilità ci fanno sentire così vulnerabili da temere di non avere più nessuna speranza, volgiamo lo sguardo del cuore «a colui che hanno trafitto» (Gv 19,37) e lasciamoci trafiggere da tanta passione d’amore fino a restarne segnati a fuoco, a vita, perché, come diceva un mistico, «Gesù è una ferita da cui non si guarisce più»!
La sete di Gesù sulla croce è una lezione per la nostra intelligenza, che ci insegna a immaginare l’amore proprio quando la sua fonte sembra irrimediabilmente prosciugata. Anche la carità crepuscolare di un gesto così debole, come accostare dell’aceto a una bocca già arsa dalla sofferenza, diventa motivo di speranza, restituendo ai nostri gesti più deboli la loro grazia originale capace di trasformare la mancanza in un indizio di pienezza che non ha più paura di cedere. Questo diventa, in extremis, l’unico modo per amare: lasciarsi amare senza vergognarsi di cedere! Buona Giornata

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