A PROPOSITO DELL’ENCICLICA DI PAPA FRANCESCO LAUDATO SI’….

La-matita-di-Mos-Laudato-si_imagefullNel giorno in cui la Chiesa ricorda Santa Chiara d’Assisi, riporto i commenti e gli approfondimenti apparsi sulla stampa circa l’Enciclica papale LAUDATO SI’….

Laudato si’, terzo pilastro sulle questioni sociali

La Laudato si’ di papa Francesco è un’enciclica appartenente alla Dottrina sociale della Chiesa, di cui costituisce uno snodo storico d’importanza pari alla Rerum novarum di Leone XIII e alla Populorum progressio di Paolo VI. Encicliche in cui la Chiesa si è misurata con le grandi questioni sociali della modernità: la Rerum novarum con la questione operaia, la Populorum progressio con la questione del sottosviluppo, la Laudato si’ con la questione ecologica. Una questione sociale è tale in rapporto a eventi nuovi che comportano rivolgimenti radicali e ad ampio spettro per l’umanità e il mondo, e da cui la Chiesa non può dirsi fuori. Senza per questo invadere ambiti o attribuirsi compiti che non le competono. Il Papa affronta la questione ecologica con la competenza e il metodo del magistero sociale della Chiesa, scandito dalla denuncia dei mali e dei rischi da scongiurare e dall’annuncio dei beni e dei fini da perseguire. Sul primo versante, c’è l’analisi critica dei dissesti ecologici, delle loro minacce e della loro portata planetaria. Non solo sul piano ricognitivo d’ogni forma d’inquinamento, delle dissipazioni delle risorse, degli squilibri ecosistemici e climatici, dell’estinzione di specie viventi, del consumo avido e sprecone. Ma anche sul piano etico-sociale delle ingiustizie che sperperi, soprusi, cupidigie e negligenze significano; della corruzione e della speculazione in campo ecologico, dei «crimini contro la natura», delle omissioni e delle complicità della politica; e insieme del «deterioramento etico e culturale, che accompagna quello ecologico».
Sul secondo versante, sono tracciate le linee di pensiero e di azione di una sensibilità e premura per il creato, che devono sollecitare e ispirare programmi e comportamenti. Linee riconducibili a questi tre assi tematici su cui polarizziamo qui l’attenzione: «conversione ecologica», «ecologia integrale», «spiritualità ecologica». Espressioni insieme del primato delle motivazioni e delle finalità sui programmi, le legislazioni e le soluzioni tecniche. Esse mirano alla formazione delle coscienze che muovono la prassi, e della cultura che crea mentalità e disponibilità. Le migliori regole e i più aggiornati manifesti ecologici varranno poco senza motivi e scopi persuasivi: «Non possiamo pensare che i programmi politici o la forza della legge basteranno ad evitare i comportamenti che colpiscono l’ambiente, perché quando è la cultura che si corrompe e non si riconosce più alcuna verità oggettiva o princìpi universalmente validi, le leggi verranno intese solo come imposizioni arbitrarie e come ostacoli da evitare». A questo bisogno di significati, valori e princìpi risponde l’enciclica, a un livello di pensiero universalmente umano e specificamente cristiano.
La «conversione» dice di una disponibilità e un impegno per l’ambiente possibili solo a cominciare da una revisione in radice dei paradigmi di giudizio e dei modelli e stili di vita, senza cui l’ecologia o non affiora alle responsabilità delle coscienze o resta solo una moda e una sensibilità di facciata. La conversione ecologica è un processo «personale e comunitario» di liberazione da mentalità e prassi dettate dal «consumismo ossessivo», dalla «cultura dello scarto» e «dello spreco», dal «paradigma tecnocratico» e «tecno-economico», da «una visione della natura unicamente come oggetto di profitto e di interesse», dal «mito del progresso». Liberi da questi determinismi si diventa liberi di «scelte e soluzioni alternative», volte alla custodia e alla cura dell’ambiente e all’utilizzo equo e responsabile delle risorse, per un verso; all’inclusione dei non-produttivi e non-consumatori (i poveri e gli emarginati), per altro verso. Libertà innervata e illuminata dalle «virtù ecologiche»: sobrietà, semplicità, umiltà, solidarietà, gratuità, giustizia, amore. Virtù che dispongono a «passare dal consumo al sacrificio, dall’avidità alla generosità, dallo spreco alla capacità di condividere», plasmando nuove mentalità e stili di vita. L’approccio all’ecologia e ai suoi problemi dev’essere «integrale», perché «tutto è connesso» e «interdipendente» nella «casa comune».
C’è un’interazione tra tutte le componenti, viventi e non, umane e preumane; «tra la natura e la società che la abita», «gli ecosistemi e i diversi mondi di riferimento sociale»; tra le comunità nello spazio e le generazioni nel tempo. L’interdipendenza è un dato e insieme un compito. Compito di riconoscimento del «valore proprio di ogni creatura» e «delle diverse specie in se stesse», e della tutela che il valore comporta, ivi compreso l’essere umano e la sua natura. Compito di acquisizione dei beni ecologici alle esigenze del «bene comune». Compito di responsabilizzazione della società e delle istituzioni alle urgenze ambientali. Compito di giustizia, che si fa carico dei costi e dei «debiti ecologici», e non li scarica sulle aree più povere e indifese del mondo e sulle generazioni future. Compito di «dialogo con tutti», senza egemonie di parte, «per cercare insieme cammini di liberazione». «L’interdipendenza ci obbliga a pensare a un solo mondo, a un progetto comune». Per questo «diventa indispensabile lo sviluppo di istituzioni internazionali più forti ed efficacemente organizzate. Urge la presenza di una vera autorità politica mondiale». Senza con questo evadere dalle responsabilità di ciascuno, da ciò che ognuno può e deve fare: «Un’ecologia integrale è fatta anche di semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo». La coscienza e la prassi di un’«ecologia integrale» ha un forte impatto educativo e performativo, volto a «concepire il pianeta come patria e l’umanità come popolo che abita una casa comune».
Per il cristiano l’ecologia e i suoi compiti hanno significato e valore «spirituale». La spiritualità cristiana «non è disgiunta dal proprio corpo, né dalla natura o dalle realtà di questo mondo, ma vive con esse e in esse, in comunione con tutto ciò che ci circonda». La spiritualità ci schiude al bello, dandoci uno sguardo contemplativo, ammirato e grato del creato. Sguardo liberatore da ogni attitudine captativa e consumistica: «Prestare attenzione alla bellezza e amarla ci aiuta ad uscire dal pragmatismo utilitaristico». Ci fa liberi e fedeli nell’amore. «La natura è piena di parole d’amore», che solo un vedere contemplatore sa leggere. La spiritualità cristiana inoltre iscrive le responsabilità ecologiche nella relazione creaturale e salvifica dell’uomo con Dio. Questo significa che hanno una carica di motivazione e di finalità più che secolare e umana. Esse appartengono alla fedeltà dei figli al Padre e al suo amore provvidente per tutte le creature; alla fedeltà a Cristo, «il Verbo incarnato, che ha incorporato nella sua persona parte dell’universo materiale, dove ha introdotto un germe di trasformazione definitiva»; alla fedeltà alle mozioni dello Spirito, «intimamente presente nel cuore dell’universo, animando e suscitando nuovi cammini». Fedeltà attinta ai sacramenti, dove «la natura viene assunta da Dio e trasformata in mediazione della vita soprannaturale». Fedeltà vivificata dall’Eucaristia, in cui «il Signore, al culmine del mistero dell’Incarnazione, volle raggiungere la nostra intimità attraverso un frammento di materia». Fedeltà anticipatrice e prefiguratrice nella storia di quella «meraviglia condivisa, dove ogni creatura, luminosamente trasformata, occuperà il suo posto e avrà qualcosa da offrire ai poveri definitivamente liberati».
(Mauro Cozzoli in Avvenire, 14 luglio 2015)


Enciclica, il mercato buono del Papa

Sul nostro sistema capitalistico incombe un’enorme domanda di giustizia che si innalza dalle vittime e dagli “scarti” umani, una domanda che è particolarmente grave perché non viene più vista né udita. Papa Francesco è oggi l’unica autorità morale globale capace innanzitutto di vedere e sentire questa grande domanda etica sul mondo (e questo dipende dal suo proprio carisma), e poi porre interrogativi radicali (e questo nasce dalla sua agape). Nessun altra “agenzia” mondiale ha la sua libertà dai poteri forti dell’economia e della politica, una libertà che purtroppo né l’Onu né la Commissione europea né tantomeno i politici nazionali dimostrano di avere, tant’è che continuano «a vendere il povero per un paio di sandali» (Amos) – vedi ciò che si rischia in Italia con le nuove regole sull’azzardo. Alcuni commentatori, sedicenti amanti del libero mercato, hanno scritto che l’enciclica Laudato si’ è contro il mercato e contro la libertà economica, espressione dell’anti-modernismo e, addirittura, del marxismo del Papa «preso quasi alla fine del mondo». Nell’enciclica non si trova niente di tutto questo, anzi vi si trova l’opposto. Francesco ci ricorda che il mercato e l’impresa sono preziosi alleati del bene comune se non diventano ideologia, se la parte (il mercato) non diventa il tutto (la vita). Il mercato è una dimensione della vita sociale essenziale per ogni bene comune (sono molte le parole dell’enciclica che lodano gli imprenditori responsabili e le tecnologie al servizio del mercato che include e crea lavoro). Ma non è l’unica, e neppure la prima.
Il Papa, innanzitutto, richiama il mercato alla sua vocazione di reciprocità e di «mutuo vantaggio». E su questa base critica le imprese che depredano persone e terra (e lo fanno spesso), perché stanno negando la natura stessa del mercato, arricchendosi grazie all’impoverimento della parte più debole. A un secondo livello, Francesco ci ricorda qualcosa di fondamentale che oggi è sistematicamente trascurato. La tanto declamata «efficienza», la parola d’ordine della nuova ideologia globale, non è mai una faccenda solo tecnica e quindi eticamente neutrale (34). I calcoli costi-benefici, che sono alla base di ogni scelta “razionale” delle imprese e delle pubbliche amministrazioni, dipendono decisamente da che cosa inseriamo tra i costi e che cosa tra i benefici. Per decenni abbiamo considerato efficienti imprese che tra i costi non mettevano i danni che stavano producendo nei mari, nei fiumi, nell’atmosfera. Ma il Papa ci invita ad allargare il calcolo a tutte le specie, includendole in una fraternità cosmica, estendono la reciprocità anche ai viventi non umani, dando loro voce nei nostri bilanci economici e politici.
C’è, poi, un terzo livello. Anche riconoscendo il «mutuo vantaggio» come legge fondamentale del mercato civile, e magari estendendola anche al rapporto con altre specie viventi e con la terra, il «mutuo vantaggio» non può e non deve essere l’unica legge della vita. È importante, ma non è la sola. Esistono anche quelli che l’economista e filosofo indiano Amartya Sen chiama «gli obblighi di potere». Dobbiamo agire responsabilmente nei confronti del creato perché, oggi, la tecnica ci ha attribuito un potere per determinare unilateralmente conseguenze molto gravi verso altri esseri viventi con i quali siamo legati. Tutto nell’universo è vivo, e tutto ci chiama a responsabilità. Esistono anche obblighi morali senza vantaggi per noi. Il «mutuo vantaggio» del buon mercato non basta a coprire tutto lo spettro della responsabilità e della giustizia. Anche il mercato migliore se diventa l’unico criterio si trasforma in un mostro. Nessuna logica economica ci spinge a lasciare le foreste in eredità a chi vivrà tra mille anni, eppure abbiamo obblighi morali anche verso quei futuri abitanti della terra.
Molto importante è la questione del «debito ecologico» (51), che rappresenta uno dei passaggi più alti e profetici dell’enciclica. La logica spietata dei debiti degli Stati domina la terra, mette in ginocchio interi popoli (come nel caso della Grecia), e ne tiene sotto ricatto molti altri. Molto potere nel mondo è esercitato in nome del debito e del credito. Esiste però anche un grande «debito ecologico» del Nord del mondo nei confronti del Sud, di un 10% dell’umanità che ha costruito il proprio benessere scaricando i costi sull’atmosfera di tutti, e che continua a produrre “cambiamenti climatici”. L’espressione “cambiamenti” è fuorviante perché è eticamente neutrale. Il Papa parla invece di «inquinamento» e di deterioramento di quel bene comune chiamato clima (23). Il deterioramento del clima contribuisce alla desertificazione di intere regioni che influiscono decisamente sulle miserie, le morti e le migrazioni dei popoli (25). Di questo immenso «debito ecologico» e di giustizia globale non si tiene conto quando chiudiamo le nostre frontiere a chi arriva da noi perché gli stiamo bruciando la casa. Questo debito ecologico non pesa per nulla nell’ordine politico mondiale, nessuna Troika condanna un Paese perché ha inquinato e desertificato un altro Paese, e così il «debito ecologico» continua a crescere nell’indifferenza dei grandi e dei potenti.
Infine, un consiglio. Chi deve ancora leggere questa meravigliosa enciclica, non inizi la lettura nel proprio studio o seduto sul divano. Esca di casa, vada in mezzo a un prato o in un bosco, e lì inizi a meditare il cantico di papa Francesco. La terra di cui ci parla è una terra reale, toccata, sentita, odorata, vista, amata. E, poi, concluda la lettura in qualche periferia reale, in mezzo ai poveri, e guardi il mondo dei ricchi epuloni accanto ai nostri lazzari, e ne abbracci almeno uno, come Francesco. Da questi luoghi potremmo reimparare a «stupirci» (11) delle meraviglie della terra e degli uomini, e così forse potremo capire e pregare Laudato si’.
Luigino Bruni in Avvenire, 24 giugno 2015


L’indirizzo missionario della Laudato si’

L’enciclica di papa Francesco Laudato si’ rappresenta anche uno straordinario contributo in favore dell’impegno ad gentes dei nostri missionari che svolgono il loro apostolato nelle periferie del mondo. Questa lettera, rivolta a credenti e non credenti, non solo rispetta fedelmente lo spirito del Concilio Vaticano II, interpretando i segni dei tempi alla luce della Parola di Dio, ma contrasta profeticamente il pensiero debole della post-modernità. Prendendo lo spunto dall’invocazione di san Francesco d’Assisi, «Laudato si’, mi’ Signore», papa Bergoglio mette in evidenza le questioni cruciali del nostro tempo, quali, ad esempio «l’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta; la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso; la critica al nuovo paradigma e alle forme di potere che derivano dalla tecnologia; l’invito a cercare altri modi di intendere l’economia e il progresso; il valore proprio di ogni creatura; il senso umano dell’ecologia; la necessità di dibattiti sinceri e onesti; la grave responsabilità della politica internazionale e locale; la cultura dello scarto e la proposta di un nuovo stile di vita» (16). Si tratta di temi interconnessi che stanno a cuore al mondo missionario, in prima linea nel denunciare gli effetti disumanizzanti di certa globalizzazione.
In questa prospettiva, possiamo dire che Papa Francesco ha avuto la perspicacia di cogliere la sfida della complessità. Noi stessi «siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora» (2). Il termine complesso deriva dal latino cum-plectere, che significa letteralmente, «con intrecci», sottintendendo l’estrema difficoltà nel comprendere, ad esempio, la complessità dell’eco-sistema, senza scadere in banali semplificazioni. Per affrontare correttamente un fenomeno complesso, occorre conoscerlo nei dettagli, negli effetti, nelle cause e non solo come semplice analisi delle parti, perché il risultato finale non è la semplice somma delle componenti. Questo significa, guardando per esempio alla scottante questione migratoria, che questa, se opportunamente valutata, non può prescindere dalle cause che la generano (guerre, sfruttamento brutale delle risorse da parte delle multinazionali, inquinamento, povertà…) e dalle difficoltà sociali, politiche, legislative ed economiche dei Paesi di accoglienza. Tutti questi fattori, interagiscono tra loro, a volte rendendo la matassa estremamente intricata e difficile da dirimere. Per questi motivi occorre essere pensanti, operando un sano discernimento se vogliamo, come credenti, segnare la svolta, quella dell’agognato cambiamento.
A questo proposito, Papa Francesco dimostra di essere – inutile nasconderselo – l’unico vero “statista” sulla scena internazionale in grado di leggere i fatti e gli accadimenti contemporanei con la preoccupazione di affermare la res publica dei popoli. Le analisi, naturalmente, da sole non possono bastare: ci vogliono proposte «di dialogo e di azione che coinvolgano sia ognuno di noi, sia la politica internazionale» (15), e «che ci aiutino a uscire dalla spirale di autodistruzione in cui stiamo affondando» (163). Ogni anno vengono pubblicate pile di rapporti sullo stato del nostro pianeta, ma purtroppo tutto poi sembra dissolversi in bolle di sapone. Comunque, è anche evidente, leggendo l’Enciclica, l’invito rivolto alle nostre comunità a evitare la tentazione, sempre in agguato, dell’intimismo. Dobbiamo trovare il coraggio di confessare i nostri “peccati” contro il Creato, passando dai buoni propositi ai fatti, coniugando spirito e vita. Questo indirizzo, autenticamente missionario, deve trasparire nei piani pastorali, ma anche nel nostro modo di concepire, come cattolici, la politica, l’economia, la vita sociale, il proprio modus vivendi. D’altronde, abbiamo tutti, come ci rammenta lo stesso il Papa, una grande responsabilità rispetto al futuro delle giovani generazioni.
(Giulio Albanese in Avvenire, 23 giugno 2015)


Il mondo è un ecosistema, la responsabilità è globale

La prima lettura della Laudato si’ inevitabilmente si focalizza sui tanti temi che la nuova enciclica tocca e sui tanti spunti che offre, dai cambiamenti climatici agli Ogm, dal diritto all’acqua alla perdita di biodiversità, dal sovraffollamento dei trasporti pubblici ai consigli per una vita quotidiana più sostenibile. Piano piano, al passare delle ore, quando si riprende in mano il testo, emerge invece la prospettiva focale che dà unità a un’enciclica che è lunga e articolata, ma tutt’altro che frammentaria: l’ecologia integrale. Papa Francesco assume il termine ‘ecologia’ non nel significato comune e spesso superficiale di una qualche preoccupazione ‘verde’, ma in quello ben più profondo di uno sguardo sistemico che mette in primo piano le relazioni delle parti tra loro e con il tutto: ‘Tutto è connesso’, ‘Tutto è in relazione’, ripete continuamente. Il mondo è un ecosistema e non si può agire su una parte senza che le altre ne risentano. Questo approccio è il passo avanti che la Laudato si’ consegna a tutti coloro che la leggono, credenti e non credenti. L’ecologia integrale ci chiede di cercare che cosa tiene uniti fenomeni che spesso sono concepiti come separati, a partire dalla giustizia sociale e dall’ambiente: «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale» (139). Se ci chiede la fatica della complessità, questo approccio consente di integrare discipline (scienze esatte, sociali e umane, filosofia e teologia, politica ed economia, ecc.), professionalità (scienziati e tecnici, ricercatori e insegnanti, operatori sociali e funzionari pubblici, imprenditori e politici) e dimensioni della persona (spirituale, professionale, intellettuale, affettiva, religiosa) che il mondo frantumato ci abitua a isolare.
Appare così evidente il legame profondo che unisce le grandi questioni ambientali globali alle piccole azioni quotidiane di difesa dell’ambiente e del territorio, come la raccolta differenziata o il risparmio energetico: non sono ‘ascetici doveri verdi’, ma atti d’amore che esprimono la nostra dignità e danno forma a una cultura ecologica. Questa «non si può ridurre a una serie di risposte urgenti e parziali […]. Dovrebbe essere uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma ad una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico» (111). Se la degradazione dell’ambiente e della società sono causati dalla mancanza di una visione integrale, allora la terapia per uscire «dalla spirale di autodistruzione in cui stiamo sprofondando» (163) non può essere che il dialogo. Come papa Francesco stesso dice, la Chiesa non ha un catalogo di soluzioni da offrire o ancora meno da imporre. Piuttosto offre un metodo per elaborarle insieme, tanto a livello di politica internazionale, in vista di una governance dei beni comuni globali; quanto a livello nazionale e locale, nei processi decisionali ad esempio in merito a nuove iniziative e progetti di sviluppo. Per produrre frutti duraturi questo dialogo deve essere «onesto e trasparente», fondato sulla disponibilità a mettere sul tavolo tutte le informazioni disponibili; la trasparenza è anche il miglior antidoto contro la corruzione. Deve essere anche inclusivo, dando a tutte le parti in causa, specie ai più deboli, la possibilità di partecipare e di far sentire la propria voce. E infine deve integrare tutte le diverse prospettive: quelle scientifiche e tecniche, quelle economiche e sociali, ma anche quelle etiche e religiose. In questa linea, l’ecologia integrale si oppone a ogni genere di riduzionismo. È il caso della logica scientifica e tecnologica, che ha prodotto risultati straordinari di miglioramento della vita umana, ma quando cerca di imporsi come unico riferimento diventa tecnocrazia e «colpisce la vita umana e la società in tutte le loro dimensioni» (107).
Visioni altrettanto riduzioniste sono l’eccesso di antropocentrismo del mondo contemporaneo, che «continua a minare ogni riferimento a qualcosa di comune e ogni tentativo di rafforzare i legami sociali» (116), o le iniziative ecologiste troppo settoriali e parcellizzate: rinunciando ad assumere un’ottica sistemica, finiscono spesso per fare il gioco della logica tecnocratica a cui almeno nelle intenzioni contrastano. Entra qui in gioco un’altra linea di integrazione, quella tra l’approccio scientifico e lo sguardo contemplativo, capace di cogliere la realtà come mistero che non si può dominare, con una attenzione per la dignità e un sincero affetto per ogni creatura, anche la più apparentemente insignificante: di questo sguardo contemplativo san Francesco è indicato come modello. Questa consapevolezza di un legame affettivo con tutte le creature «non può essere disprezzata come un romanticismo irrazionale, perché influisce sulle scelte che determinano il nostro comportamento» (11). Se ci accostiamo alla natura senza questa apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, ci comporteremo sempre e solo da dominatori, da consumatori o da sfruttatori delle risorse naturali e delle altre persone, incapaci di sfuggire alla logica della massimizzazione del tornaconto individuale. In definitiva, assumere la prospettiva proposta dall’enciclica pone una domanda sul senso dell’esistenza e sui valori alla base della vita sociale: «Per quale fine siamo venuti in questa vita? Per che scopo lavoriamo e lottiamo? Perché questa terra ha bisogno di noi?»: se non ci poniamo queste domande di fondo – dice papa Francesco – «non credo che le nostre preoccupazioni ecologiche possano ottenere effetti importanti» (160).
Con la proposta di questa ecologia integrale, la Laudato si’ è un passo in avanti, emozionante, nella dinamica di attenzione alla realtà che da sempre struttura il percorso della dottrina sociale della Chiesa, a partire dalla Rerum novarum (1891) di Leone XIII, che di fronte alla rivoluzione industriale aveva affrontato la questione operaia nella chiave della giustizia sociale. Oggi papa Francesco ci sfida a un nuovo salto: non siamo solo membri della stessa famiglia umana, ma «essendo stati creati dallo stesso Padre, noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale, una comunione sublime che ci spinge ad un rispetto sacro, amorevole e umile» (89). Di questo nuovo modo di guardare il mondo la Laudato si’ getta i primi semi, che attendono di germogliare e portare frutto, come papa Francesco stesso afferma: «Si attende ancora lo sviluppo di una nuova sintesi che superi le false dialettiche degli ultimi secoli. Lo stesso cristianesimo, mantenendosi fedele alla sua identità e al tesoro di verità che ha ricevuto da Gesù Cristo, sempre si ripensa e si riesprime nel dialogo con le nuove situazioni storiche, lasciando sbocciare così la sua perenne novità» (121).
(Giacomo Costa SJ in Avvenire, 20 giugno 2015)


Oltre i sintomi

La visione di papa Francesco viene da una lunga e appassionata frequentazione dell’argomento, che lo ha convinto a farne un tema di primo piano nell’agenda della dottrina sociale della Chiesa. L’idea di fondo è che i problemi comunemente rubricati sotto il segno dell’ecologia sono sintomi, prima ancora che cause, di un dissesto etico-antropologico del pensiero e dell’azione creativa dell’uomo. Di qui viene una prima chiave di lettura complessiva del testo, assai corposo e molto articolato, dell’enciclica Laudato si’. Nell’interesse per la casa comune (oikos, appunto, da cui anche ecologia) si è aperta una falla consistente, della quale il buco nell’ozono è per così dire una metafora. Nel contesto odierno, la proiezione di questa epidemia è fatalmente globale: non la fermi aggravando i controlli agli aeroporti. Se il mondo della natura diventa una semplice riserva di materie prime, e si vogliono società di individui senza comunità di spiriti e circolazione di doni, tutto ciò che è comune è destinato a riempirsi di crepe, di rifiuti, di scarti. Materiali e umani. L’interrogazione che il Papa cattolico rivolge al mondo, e non solo ai credenti, va dritta al sentimento collettivo dell’umana convivenza sul pianeta. Ci appassiona ancora l’idea della terra come casa comune, alla cui bellezza dedicare una parte irrinunciabile delle nostre invenzioni e del nostro lavoro? Ci emoziona ancora l’immagine della convivenza dei popoli, i cui successi ci rendono orgogliosi di appartenere al genere umano?
Siamo ancora capaci di stupirci dell’enigma di questa miracolosa palletta umida, colorata, e piena di vita, che non assomiglia a niente di niente, fra tutti i milioni di mondi ai quali abbiamo dato una sbirciatina? La terra «ci precede», dice Francesco. E noi «non siamo Dio»: potremmo metterci d’accordo almeno su questo? Dipendesse solo da noi, non sapremmo proprio come far vivere un mondo. Non è scientificamente stupido pensare di usare la terra solo per ingozzarci di merendine e giocare con le macchinine? Secondo la parola biblica l’essere umano è la forma spirituale della vita in cui il mondo si riconosce come creazione di Dio. E l’atto creatore è il segreto dell’attitudine del mondo a offrire doni sempre nuovi, che gli esseri umani possono trasformare in beni condivisi. Questa parola biblica non è mai stata così indispensabile, forse, come lo è ora (n. 62). Incombe infatti una cultura predatoria dell’affermazione individuale di sé, e stili di vita collettiva corrispondenti, che campano sul saccheggio delle risorse comuni e sulla distruzione delle forme naturali. Non dobbiamo “strappare” alla natura e alla vita i suoi segreti: dobbiamo “chiederli”. Nella questione ecologica non si tratta, in ogni caso, solo di un degrado meramente passivo, consumistico, residuale. L’umano ingegno ci mette del suo, per così dire. Ed ecco il secondo vettore di attenzione dell’enciclica, che impone di metterci una mano sulla coscienza, invece di intrattenerci con ecologismi ideologici e di maniera.
La tecnica sovrana, insegnava l’antica sapienza, è la politica; e la regola sovrana è la giustizia. La politica è governo della casa comune, economia domestica su larga scala. Nel nostro mondo globalizzato è cresciuta la superstiziosa tendenza a trasferire l'”oikonomia” salvifica della casa comune alla finanza e alla scienza, sottraendola alla politica. Gli effetti dannosi dell’avidità finanziaria e dell’ossessione tecnocratica, che consumano indiscriminatamente le forme e le forze vitali della terra, e allargano le porzioni dell’umanità consegnate alla povertà materiale e spirituale, sono ormai sistemici. L’omologazione culturale e giuridica del loro arbitrio, complice l’egemonia del relativismo, favorisce l’indifferenza e la rassegnazione. L’intellighenzia d’Europa (e d’Occidente) è ormai un vero e proprio caso umano: causa, e vittima essa stessa, di una febbre che ha contagiato le culture e le coltivazioni, l’habitat sociale e l’ambiente fisico, la costruzione delle macchine e l’educazione dei bambini. Dopo aver esaltato l’umanesimo spirituale della persona, ora l’intellettuale europeo si mostra servizievole verso la sua manipolazione biologica. La signoria dispotica del denaro e della tecnica, dal canto suo, sostiene ormai, con disinvolta imparzialità, tanto il materialismo consumistico quanto i fondamentalismi teocratici. Di qui viene il pressante invito dell’enciclica a un bagno di umiltà, per l’Occidente, e a una nuova riconciliazione delle culture con il mistero dell’atto creatore di Dio (n. 224). La vera religione non ha nulla a che fare con le potenze mondane del dissesto planetario e dei sacrifici umani. Intellettuali organici e politici conniventi non si lasceranno convertire tanto facilmente. I popoli, però, hanno ragioni d’amore per l’umanità condivisa che sono più profonde e tenaci di quelle degli apprendisti stregoni e dei falsi profeti (n. 233). Non per caso, l’enciclica è indirizzata a tutti gli uomini e le donne del pianeta (n. 13). Del resto, quando si tratta di ascoltare i gemiti della creatura, che vuole nascere e rinascere, lo Spirito di Dio «non fa preferenze di persone, ma chiunque lo teme e pratica al giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto» (Atti 10, 34-35).
(Pierangelo Sequeri in Avvenire, 19 giugno 2015)


10 curiosità dell’Enciclica

1) Cos’è un’enciclica. È una lettera pastorale che il Pontefice invia ai vescovi e a tutti i fedeli, cioè alla Chiesa universale. Tratta di argomenti di carattere dottrinale, o riguardanti la fede e i costumi. A iniziare l’uso moderno da parte dei Papi di questo strumento fu Benedetto XIV, nel 1740, con una esortazione intitolata Ubi primum.

2) Perché Laudato si’. Sono le prime parole del Cantico della creature scritto da san Francesco verso il 1224. Il primo Papa che ha preso il nome del santo di Assisi, ha voluto nondimeno prendere l’incipit del suo più famoso componimento per un’enciclica che vede in san Francesco un modello di visione cristiana del Creato.

3) Che cos’è il «paradigma tecnocratico» di cui si parla nell’Enciclica. È una visione del rapporto fra l’uomo e il mondo in cui il soggetto è come se si trovasse «di fronte alla realtà informe, totalmente disponibile alla sua manipolazione» (106). E in cui si tende a credere che «ogni acquisto di potenza sia semplicemente progresso, accrescimento di sicurezza, di utilità, di benessere, di forza vitale, di pienezza di valori; come se la realtà, il bene e la verità sbocciassero spontaneamente dal potere stesso della tecnologia e dell’economia (105).

4) Ecumenismo. «Non possiamo però ignorare» scrive il Papa, «che anche al di fuori della Chiesa Cattolica, altre Chiese e Comunità cristiane – come pure altre religioni – hanno sviluppato una profonda preoccupazione e una preziosa riflessione su questi temi che stanno a cuore a tutti noi. (7)

5) I teologi. Nell’enciclica sono citati due teologi di rilievo del ‘900: il sacerdote italo-tedesco Romano Guardini (1885-1968) e il gesuita francese Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955).

6) Le due preghiere. L’enciclica si chiude con due preghiere scritte dal Pontefice: una, Preghiera per la nostra terra, che «possiamo condividere tutti noi che crediamo in un Dio creatore e padre»; l’altra, Preghiera cristiana con il creato, «affinché noi cristiani sappiamo assumere gli impegni verso il creato che il Vangelo di Gesù ci propone».

7) Islam. In una nota al paragrafo 233, dove si dice che «l’universo si sviluppa in Dio, che lo riempie tutto», quindi «c’è un mistero da contemplare in una foglia, in un sentiero, nella rugiada, nel volto di un povero», il Papa cita un mistico islamico, il maestro sufi Ali Al-Khawwas.

8) La data. L’enciclica porta la data del 24 maggio 2015, solennità di Pentecoste. «Dove arriva lo Spirito di Dio, tutto rinasce e si trasfigura» disse Francesco in occasione della Pentecoste dell’anno scorso.

9) Le Conferenze episcopali di cui sono citati documenti. Africa del Sud, episcopato latinoamericano e dei Caraibi, Filippine, Bolivia, Germania, Stati Uniti, Canada, Giappone, Brasile, Repubblica Dominicana, Paraguay, Nuova Zelanda, Portogallo, Messico, Australia.

10) I santi e beati citati. San Giuseppe, san Basilio Magno, san Giustino, san Benedetto da Norcia, san Francesco d’Assisi, san Bonaventura, san Tommaso d’Aquino, san Giovanni della Croce, santa Teresa di Lisieux, beato Charles de Foucauld, san Giovanni XIII, beato Paolo VI, san Giovanni Paolo II.
(Andrea Galli in Avvenire, 18 giugno 2015)


«Laudato si’…»: così nacque la più bella poesia del mondo

Altissimu, onnipotente, bon Signore,
Tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad Te solo, Altissimo, se konfane,
et nullu homo ène dignu Te mentovare.
Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le Tue creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
lo quale è iorno et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora Luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate Vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le Tue creature dài sustentamento.
Laudato si’, mi’ Signore, per sor’Acqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti fiori et herba.
Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore
et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli ke ‘l sosterrano in pace,
ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente po’ skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà male.
Laudate e benedicete mi’ Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate.

È la più bella composizione poetica di tutto il mondo e di ogni tempo. La sua è una bellezza assoluta, cosmica, totale, che penetra tutto il creato e arriva quasi a lambire l’ineffabilità di Dio. Nemmeno il Salomone del Cantico dei Cantici che pure per tanti versi gli somiglia e al quale senza dubbio Francesco si è ispirato, nemmeno il Dante della Preghiera di san Bernardo a Maria («Vergine Madre, Figlia del Tuo Figlio») sono arrivati tanto in alto e così in profondo. Era il 1224, e Francesco giaceva ammalato su un lettuccio del suo San Damiano, la chiesetta diroccata dove una ventina di anni prima aveva ricevuto dal Cristo crocifisso il messaggio che aveva cambiato la sua vita e dove erano adesso insediate Chiara e le sue sorelle. I grandi interpreti del Povero d’Assisi hanno scritto molto su di lui, sugli ultimi anni della sua giornata terrena, sul suo rapporto con Chiara e le altre, e di quegli stessi pochi, ispirati, altissimi versi. Sappiamo tutto quello che si può sapere. Ma lasciamo da parte tutta quella scienza. Sforziamoci d’immaginarlo, quel povero piccolo omiciattolo smagrito dopo una notte di dolore e di pena, tra i rumori dei topi sotto il pavimento che non lo hanno lasciato dormire, quando il sole nascente dell’alba ferisce i suoi occhi malati – è il tracoma preso cinque anni prima in Egitto, alla crociata – e glieli fa lacrimare. Sforziamoci di veder il mondo – le povere suppellettili di quella stanzetta, la luce incerta eppur abbagliante – attraverso quegli occhi ormai in grado di distinguere forse appena poco più che delle ombre. E scrive, o meglio detta perché di scrivere non ha la forza. Non sappiamo a chi. Scrive di getto parole che gli salgono direttamente dal cuore: amiamo credere che da allora sin a quando sul punto di lasciare questa terra detterà la quartina finale su sorella Morte dalla quale nullo homo vivente po’ skappare egli non abbia cambiato nulla di quel perfetto canto d’amore.
Si sono versati fiumi d’inchiostro e scritte biblioteche intere su quei pochi versi. Nella loro luminosa chiarezza, essi appaiono ineffabili come Colui in onore del Quale sono stati scritti. Nessuno può gloriarsi di averli sul serio decifrati sino in fondo. Lo Spirito soffia dove vuole: e quella mattina ha soffiato su quel povero frate e sui suoi occhi arrossati che hanno finalmente visto il Mistero dell’universo. Quelle parole parlano di Dio, della Sua Gloria, della Sua infinita Maestà (Onnipotente), della Sua carità infinita (Bon Signore), della Sua incommensurabile distanza rispetto agli uomini eppure della forza con la quale egli sa arrivare a loro, e soprattutto a quelli tra loro che sanno perdonare per amor Suo, attraversando tutto il creato, cioè l’universo: Messer lo Frate Sole, immagine nobilissima (significatione) di Dio, e la luna, e le stelle, e quindi i quattro elementi di cui la materia del mondo è costituita – il fuoco, l’aria, l’acqua, la terra con i suoi fiori e i suoi frutti. Quella poesia, che molti hanno giudicato ingenua – e in fondo con ragione – abbraccia il mistero del creato e della natura con una forza e una chiarezza che, dopo i pochi versetti del Genesi, nessun filosofo e nessun poeta era mai riuscito a eguagliare.
Il Cantico è un irreprensibile, cristallino trattato teologico. A torto lo si è interpretato come un testo “panteista”. Non c’è proprio nulla, qui, di panteistico: il cosmo e la natura si guardano bene dal fondersi e dal dissolversi in Dio; e Dio dal fondersi e dal dissolversi con loro. Il Cantico delle creature è appunto tale perché è scritto in lode del Creatore, e anche in loro lode, e in lode dell’uomo che tra le creature è la somma, la più amata, quella fatta «a Sua immagine e somiglianza», ma che pur sempre resta creatura, sorella pertanto di tutte le altre. C’era stata, nella filosofia cristiana del secolo XII, una grande tentazione panteistica: era quella neoplatonica, dei Maestri della scuola di Chartres. Ma a quella tentazione Francesco, che dei Maestri presumibilmente non aveva mai letto almeno direttamente neppure una riga – il che non toglie che ne avesse sentito parlare –, neppure un attimo soggiace. Dio resta il Creatore, amorosamente vicino ma infinitamente superiore a qualunque creatura. In cambio, c’era un altro pericolo a minacciare la Chiesa del tempo: e Francesco, che nel secondo decennio del secolo aveva attraversato la Francia meridionale sconvolta dalla “crociata degli albigesi”, doveva averlo ben presente. Del resto, nella sua Assisi, aveva probabilmente sentito anche lui predicare quegli strani profeti pallidi e smagriti, che annunziavano il Regno di Dio con le parole dell’evangelista Giovanni a attaccavano la Chiesa ricca, avida e superba. Più tardi, qualcuno di loro aveva probabilmente attaccato anche lui dandogli dell’ipocrita e del falso cristiano.
Erano gli adepti della “Chiesa” catara, una vera e propria anti-chiesa che si presentava sotto le vesti della portatrice dell’autentico cristianesimo, quello “delle origini”, quello povero e puro, ma che in realtà ai loro seguaci spiegavano che la Chiesa li ingannava perché era la Bibbia ad averli ingannati, che il vero Dio, il Signore della Luce, era il puro Principio Spirituale, e che le sostanze spirituali che da lui emanavano rischiavano di continuo di venire imprigionate nella materia creata da un altro Principio oscuro e malvagio, il Signore delle Tenebre. Luce contro Oscurità, Giorno contro Notte, calore del Bene contro freddo raggelante del Male. Ma se le cose stavano così, se questo era il cosmo, allora il creatore di tutte le cose era lui, il Principio malvagio, il crudele Demiurgo. Il Creatore adorato da tutti i figli di Abramo era Satana; il creato, cioè la materia, era il Male assoluto; e quanto all’uomo, spirito eletto imprigionato in una laida gabbia di carne, solo la morte avrebbe potuto liberarlo. Il paradossale era che da alcuni decenni questa agghiacciante filosofia mortifera aveva affascinato la parte forse migliore della cristianità: i gran signori e i bei cavalieri di quella Provenza, nella quale il vivere era tanto dolce e dove i trovatori cantavano d’amore non meno dei prosperi mercanti lombardi e toscani, si erano lasciati avvincere da questa fede della Liberazione attraverso la Negazione della Vita.
La Chiesa, la superba e potente Chiesa di papa Innocenzo III, aveva risposto a questo attacco inaudito con una furiosa crociata e con i tribunali dell’Inquisizione. Ma quel che né l’una né gli altri sarebbero mai forse riusciti a fare per sradicare quella malapianta travestita da fiore di virtù (corruptio optimi pessima) seppero farlo i pochi, miracolosi versi della più grande poesia mai scritta al mondo. Tutto, in fondo, sta dunque nella semplicità di quella preposizione semplice che ha tormentato filologi, linguistici e storici: quel per che torna iterante in ogni versetto del Cantico. Che cosa significa? È un complemento di causa, come la spiegazione più ovvia suggerirebbe (che Tu sia lodato, o Signore, per aver creato…)? O un complemento d’agente, simile al par francese e al por castigliano (che Tu sia lodato, o Creatore, da parte della corte di tutte le creature che adoranti Ti circondano)? O un complemento strumentale, simile al dià greco (che Tu sia lodato, o Signore, non solo direttamente dall’uomo, bensì anche attraverso ogni cosa da Te creata, e che conferma la Tua potenza e il Tuo amore)? Fermiamoci qua, perché gli studiosi hanno aggiunto molte altre cose. L’esegesi di questi brevi versi non finirà mai, proprio come il mistero della creazione e quello di Dio. Papa Francesco ha voluto dedicare a quella lode infinita a Dio creatore e al creato la sua nuova enciclica Laudato si’, che viene pubblicata oggi, per ricordarci che l’uomo – proprio secondo la lettera e lo spirito del Genesi – non è il padrone dell’universo (Uno solo è il Padrone) ma che ne è il guardiano, il Custode; e che alla fine dei tempi, come ciascuno di noi dovrà riconsegnare a Dio la sua anima concessagli immacolata e da lui più volte sporcata e strappata, ricucita e ripulita, l’umanità dovrà riconsegnarGli il creato. Che è stato concesso all’uomo per goderlo in tutta la sua bellezza e nella varietà infinita delle sue luci, dei suoi profumi e dei suoi sapori; ma che non gli è stato dato come un osceno balocco da violare e da prostituire, come un’immonda merce da vendere e comprare, e su cui speculare. Il creato che appartiene a tutti gli esseri umani, e soprattutto agli Ultimi della Terra.
(Franco Cardini in Avvenire, 18 giugno 2015)


Segno ecumenico

Una novità profonda caratterizza in filigrana la nuova lettera enciclica di Francesco: quella di essere ecumenica. La presentazione oggi della Laudato si’ affidata anche al teologo metropolita ortodosso Ioannis Zizioulas in rappresentanza del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli non è solo un atto di cortesia verso le Chiese sorelle, né il simbolico omaggio all’operato Bartolomeo I, con il quale il Papa più volte e con gesti straordinari ha manifestato di condividere «una forte amicizia, un’unica fede che si fa comunione di intenti». Già nella conferenza stampa sul volo Sri Lanka-Filippine, il 15 gennaio, Francesco aveva dato conferma di quanto fosse effettivo, in quella «comunione di intenti», il contributo reso dal Patriarca all’elaborazione di questo testo di dirompente riflessione sui destini e la cura del comune habitat della famiglia umana: «Ora vorrei ricordare il mio amato fratello Bartolomeo, che da anni, da anni predica su questo tema. E io ho letto tante cose sue per preparare questa enciclica».
L’impegno per una conversione ecologica del “patriarca verde” è noto. Bartolomeo I, riprendendo il suo predecessore Demetrio nell’avvertire come la crisi ecologica del nostro tempo costituisce una crisi umana e una grave minaccia per la creazione di Dio, ha avviato nel corso degli ultimi quindici anni una serie di simposi internazionali tra leader religiosi e scienziati per esaminare le modalità di cooperazione per una soluzione degli specifici problemi ambientali. Ha organizzato anche una serie di seminari presso il Monastero di Halki per promuovere la coscienza ecologica e la sensibilità tra il clero ortodosso, in modo che l’ecologia umana e ambientale possa diventare parte della formazione religiosa e pastorale. L’interesse per il problema ecologico nasce da fonti fondamentali della tradizione ortodossa di un approccio biblico, teologico, ascetico e spirituale che mostra il distacco dall’abuso colpevole, dai peccati contro la creazione, dal dominio umano sul creato, e riscopre il ruolo dell’uomo nell’economia della creazione, leggendo il creato come offerta e rendimento di grazie, come condivisione, come Eucaristia. È l’approccio espresso in “Il creato come Eucaristia” del teologo Zizioulas dichiarato da Yves Congar «uno dei teologi più originali e profondi della nostra epoca» e che Francesco ha più volte definito «tra i più grandi teologi cristiani viventi». «Leggete i teologi ortodossi», ha detto Francesco anche nel recente incontro con il clero a San Giovanni in Laterano. Le riflessioni di Zizioulas insieme ai richiami di Bartolomeo I per un cambiamento dell’uomo dall’egoismo alla condivisione ritrovano ampia eco nei paragrafi iniziali e nel capitolo dell’enciclica dedicato all’educazione e alla spiritualità ecologica. L’apporto della Chiesa ortodossa nella riflessione condivisa sulla cura della casa comune segna così il rapporto tra le Chiese sorelle, che significa certamente dare testimonianza di unità al mondo per «costruire insieme una nuova civiltà dell’amore e della solidarietà».
L’enciclica tuttavia raccoglie in questo senso anche l’intento che aveva già trovato espressione con Giovanni Paolo II. Nel 2002 Giovanni Paolo II e il patriarca Bartolomeo avevano firmato insieme la “Dichiarazione di Venezia”, un documento comune in cui i due leader della Chiesa avevano dichiarato la loro preoccupazione per la tutela del nostro pianeta dalla crisi sociale ed ecologica: «Siamo qui riuniti oggi in spirito di pace, per il bene di tutti gli esseri umani e la protezione del creato – si afferma nel documento –. In questa epoca storica, constatiamo le sofferenze di coloro che patiscono ogni giorno a causa della violenza, della mancanza di risorse, della povertà e della malattia. Sono motivo di preoccupazione per noi quelle conseguenze negative che si riflettono sull’umanità e su tutto il creato, causate dalla degradazione di basilari risorse naturali come l’acqua, l’aria e la terra, e derivanti da un progresso economico e tecnologico incapace di riconoscere i suoi limiti e di tenerne conto». Comune carta magna, che è stata anche una dichiarazione di speranza di collaborare uniti nell’essere «servitori di Dio vegliando con saggezza sulla creazione», una «risposta spirituale al sovrasfruttamento delle risorse naturali, al consumismo, allo spreco, all’inquinamento». Un paragrafo di questo testo, con un contenuto analogo, era stato incluso nella Dichiarazione comune di papa Francesco e del patriarca Bartolomeo firmata a Gerusalemme nel maggio 2014. Ed eccoci alla Laudato si’. Trova così oggi forma in un’enciclica per la prima volta ecumenica la comune fraterna responsabilità che Atenagora nel gennaio del 1969, proprio su “Avvenire”, esprimeva con un “noi”: «È questa l’ora della Chiesa: unita, deve offrire orientamenti di speranza al mondo».
(Stefania Falasca in Avvenire, 18 giugno 2015)

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