Quanto Costa?

1317247675mzdC’è disorientamento in tanti buoni sacerdoti, attempati e non più alle prime armi dopo quanto Papa Francesco ha detto sulla gratuità dei sacramenti.

C’è chi assicura che il disorientamento non è dovuto per il timore che, per le parole del Papa, possano diminuire le offerte alla parrocchia per Messe, Battesimi, Matrimoni e Funerali, ma perché si sentono esposti al rischio che la gente li consideri un preti venali…

C’è da capirli, visti i tempi che corriamo.

Anche se molto meno rispetto a qualche tempo fa, dopo Battesimi, Matrimoni o Funerali, spesso c’è ancora chi viene a chiedere: «Quanto costa?».

È una domanda imbarazzante. Sempre. Infatti, sia pure senza volerlo, rivela che si pensa alla parrocchia come a una bottega di oggetti religiosi, corone, candele, statuette e quant’altro. Compri, paghi e te ne vai, come all’Ipermercato…

Ad ogni modo, personalmente, quando mi domandano quanto costa, io rispondo sempre: «Non costa niente. Non può essere che così, perché i sacramenti sono un immenso, impagabile dono di Dio per la salvezza di tutti. E se sono per la salvezza di tutti, non li si può certo dare o negare in base al pagamento».

«E allora – dirà qualcuno – perché c’è questa usanza di “pagare” dopo una prestazione religiosa?».

Questa bella (bellissima!) usanza, che c’è in tutta la Chiesa, è nata per rispondere in qualche modo al dovere morale dei parrocchiani di sostenere la loro comunità nelle sue necessità materiali.

In fondo, è stato così fin dall’inizio. Il Vangelo di Giovanni (12,6 e 13,29) ci dice infatti che Gesù e i Dodici avevano una cassa, dove non c’erano delle medagliette da dare ai bambini, ma soldi veri per le loro necessità e per la carità verso i poveri.

La questione è ben diversa, e se lo Stato e i Comuni hanno le tasse per dare servizi, le nostre Parrocchie, hanno la carità!

Le parrocchie sono come il gruppo dei Dodici. Esistono certo solo per le realtà spirituali, ma, non essendo fatte di angeli, devono far fronte a problemi materiali quali il pagamento delle bollette, delle spese generali, quelle di manutenzione ordinaria e straordinaria degli edifici, la dotazione e la conservazione degli oggetti inerenti al culto, ecc. ecc.

Lo Stato, il Comune, per far fronte a questo tipo di spese possono contare sulle imposte e sulle tasse. La Chiesa, invece, può contare solo sulla libera generosità dei suoi fedeli. Ed è per questo che lungo i secoli sono nate usanze diverse da luogo a luogo per sostenere la Chiesa nelle sue necessità materiali. Da secoli infatti, il 5° dei Precetti generali della Chiesa raccomanda ai fedeli di “sovvenire alle necessità della Chiesa secondo le leggi e le usanze“.

«Questo l’ho capito – dice sempre qualcuno – e mi sembra più che giusto, ma lei mi può dare un’indicazione? Perché, sa, non vorrei dare né troppo, né troppo poco».

O Dio, il pericolo di dare troppo non c’è. Il pericolo di dare troppo poco nemmeno, perché i sacramenti vengono dati anche se poi non fai nessuna offerta. È già successo non poche volte, e sempre più spesso…

Il dare troppo poco, se proprio ci si tiene, si può evitare tenendo presente che siamo nell’ambito del dono. E i doni non si possono tariffare, sono legati alla forza dell’amicizia. Nel caso nostro, dipende dall’attaccamento che abbiamo alla Chiesa, dalla nostra riconoscenza per quello che essa fa per noi e per i nostri cari dalla nascita alla morte e anche oltre, dipende dal desiderio che abbiamo che la Chiesa continui a svolgere il suo compito senza grossi problemi economici.

«Anche questo lo trovo sensato e anche molto bello, – insiste il fedele… ansioso di fare la sua offerta – ma davvero non mi può dare un’indicazione?».

No, perché si annullerebbe tutto il discorso del dono e si cadrebbe in un rapporto puramente commerciale. Una tariffa infatti andrebbe giustamente motivata con tutta una serie di dati.

Andrebbe prevista una quota per far fronte alle spese generali, a quelle per la manutenzione ordinaria e straordinaria degli ambienti e delle suppellettili, ma così però, siamo assai lontani dall’economia del dono di cui si parlava e che è l’unica che ha senso in un ambito di famiglia come è quello della Chiesa.

Volete un esempio di “cultura del dono”? Recentemente un’anziana vedova, dopo il funerale del marito, ha consegnato in semplicità i 566 euro raccolti durante il funerale stesso chiedendo di destinarli al centro di ascolto parrocchiale.

Riguardo ai doni alla Chiesa, San Paolo ci insegna. In occasione della grande colletta da lui organizzata (anche lui!) a favore della Chiesa di Gerusalemme trovatasi in gravissime necessità, nella seconda lettera ai Corinzi (cap. 9) innanzi tutto dice: «Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore». Poi aggiunge: «Lo faccia però non con tristezza, ma con gioia». E continua con una motivazione bellissima: «Perché Dio ama chi dona con gioia». E infine conclude dicendo: «Chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà».

Non so a chi si riferisse il Papa quando ha fatto quel forte richiamo che ha turbato tanti buoni e barvi sacerdoti.

Sicuramente non si riferiva ai preti che in tanti paesini e città conosciamo, i quali cercano con grosse difficoltà di gestire anche economicamente le parrocchie sollecitando ed educando i fedeli a una partecipazione generosa alla quale, proprio perché amano la Chiesa, essi aderiscono serenamente e con animo lieto, come raccomanda San Paolo.

Alla faccia di quelli che invece, secondo un detto popolare, sono larghi di bocca e stretti di mano e che d’ora in poi, purtroppo per loro, avranno perfino la presunzione di avere l’approvazione nientemeno che del Papa in persona.

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